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Diritto di critica | June 22, 2022

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Turchia, i fallimenti di Erdogan

Turchia, i fallimenti di Erdogan

Tayyip_Erdogan“Abbracceremo tutti, sia coloro che hanno votato per l’AKP che quelli che non l’hanno votato”. Con queste parole il ri-eletto primo ministro Recep Tayyp Erdogan ha salutato la vittoria elettorale del suo partito nel giugno 2011. Ha promesso che sarebbe stato il premier di tutti.  I turchi gli credettero, ma due anni dopo la situazione è cambiata radicalmente con una pesantissima perdita di consensi: sono in molti infatti ad essere convinti che Erdogan si occupi esclusivamente dei suoi elettori e non di tutto il popolo.

Erdogan, “l’islamista”. Diverse le accuse che vengono rivolte al premier: “Erdogan il moralista, il neo-liberista, l’autoritario”, tutte critiche accettabili tranne una che sembra veramente fuori luogo secondo alcuni, ovvero quella che lo addita come “islamista”, per il semplice fatto che il leader turco non potrebbe seriamente credere di rappresentare l’Islam e di parlare in nome di questo, in quanto rischierebbe di dimenticare che anche le migliaia di persone che lo contestano, incluse parecchie che a tempo debito votarono per lui, sono anche loro musulmani. Le sue “crociate” contro gli alcolici e nei confronti di coloro che bevono, i quali sarebbero stati definiti “alcolizzati”, i cartelli apparsi all’interno della metropolitana di Ankara che vietavano ai passeggeri di baciarsi, fricordano un moralismo paternalistico forse più adatto a una famiglia di stampo patriarcale dell’800 che a un moderno paese che persegue delle politiche neo-liberiste che potrebbero tra l’altro non essere in sintonia con certe visioni politico-economiche di stampo islamico.

Le politiche neo-liberiste. Sono in molti infatti in Turchia a sostenere che le politiche economiche del governo Erdogan passano sopra i bisogni della popolazione e non si tratta solo di parchi e alberi. Recentemente è infatti stato demolito il famoso e antico teatro Emek, fatto che ha creato sconcerto e amarezza nel cuore di tantissimi turchi e che ha irritato persino la first lady turca Hayrunissa Gul. Drammatica è inoltre la situazione nei quartieri poveri di Istanbul, dove gli abitanti vengono pagati per lasciare le case, le quali verranno rase al suolo per permettere a costruttori, spesso vicini ad ambienti di governo, di costruire condomini di lusso.

Un democratico, ma non troppo. Molto rischiose sono poi risultate  le esternazioni fatte da un Erdogan ben consapevole del fatto di essere stato votato dal 50% della popolazione. Definire i manifestanti “sciacalli” e “fuorilegge” non è certo stata una valida mossa in quanto non ha fatto altro che far estendere le proteste ad altre città e aumentare il numero dei manifestanti, a quel punto inferociti. Altra pessima idea è stata quella di dichiarare di far scendere in piazza il 50% della popolazione che lo ha votato, ammesso che tale percentuale non sia calata nel frattempo. Per quanto riguarda piazza Taksim, egli ha dichiarato che al posto del centro commerciale si costruirà una moschea. Un atteggiamento pericoloso che getta ulteriore benzina sul fuoco e non tiene conto dei delicati equilibri interni di un paese che, seppur musulmano, ha una grande tradizione laica, pluralista, moderna tanto da essere stato più volte considerato un modello di riferimento all’interno del mondo islamico. Un altro grave problema è legato alla situazione della stampa e dei media turchi, con un controllo rigido su ciò che viene pubblicato, al punto che, secondo alcune fonti, il premier sarebbe arrivato al punto di convocare ad Ankara i direttori dei quotidiani per illustrare loro i “confini” da non oltrepassare. Il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha recentemente affermato che nel 2012 la Turchia è risultato essere il  paese con più giornalisti arrestati, battendo persino Iran e Cina; un triste primato. Sotto l’occhio del ciclone anche le televisioni, minuziosamente controllate e accusate dai manifestanti di non aver adeguatamente trasmesso immagini e notizie sugli scontri, con l’eccezione di due canali.

Un Erdogan che sembra dunque aver dimenticato che democrazia significa  “tutela della minoranza” e non “dittatura della maggioranza”, una maggioranza che rischia  di perdere repentinamente a meno che non si apra alle critiche e a un sano dialogo con l’opposizione. Ben consapevole di ciò è il presidente turco Abdullah Gul il quale ha esortato i politici affinché prendano in considerazione le proteste della popolazione.

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Comments

  1. mogol_gr

    Cosa aspettano gli israeliani a contestare Nethanjau?