L’Italia dei veleni, così la Camorra avvelena terreni e falde acquifere

Casal_di_PrincipeMentre il mondo guardava alla Costa Concordia e – in seconda battuta – ci si interessava su quando sarebbe stato trasmesso il video di Silvio Berlusconi, ieri in Italia avveniva una seconda operazione. Delicatissima quanto quella della Concordia, ad alto rischio per i potenziali livelli di inquinamento.

Gli operatori delle forze dell’ordine, attrezzati con rilevatori di radiazioni, guanti, tute protettive e maschere antigas hanno lavorato per ore e andranno avanti ancora per diversi giorni. Prima con le escavatrici – che hanno smosso la terra fino a una profondità di quasi dieci metri, con una lentezza certosina – poi con la strumentazione necessaria a capire l’entità della devastazione.

Teatro dell’operazione, via Sondrio, nella cittadina di Casal di Principe, culla della camorra casalese, in un terreno a pochi metri da una ludoteca per bambini evacuata per permettere i rilievi. Qui – secondo le dichiarazioni di un pentito – erano stati sepolti almeno vent’anni fa, decine di fusti di fanghi tossici, scarti di operazioni industriali “smaltiti” dai casalesi per conto di chissà quale impresa. Il tutto a costi bassissimi, di certo inferiori a quelli previsti per lo smaltimento dei rifuti previsto secondo le norme. E gli scarti industriali, si sa, per le aziende da sempre sono costi morti, soldi che escono senza portare frutto. Su questa esigenza per anni i casalesi hanno costruito le loro fortune, avvelenando la loro stessa terra e le persone.

Secondo un recente studio dell’Istituto Pascale, tra Napoli e Caserta la mortalità per tumore è aumentata del 15-20 per cento. In alcuni comuni, come Acerra, ad esempio, l’aumento supera il 30 per cento. Fino a raggiungere picchi del 47%. Il dossier Sentieri sulle aree contaminate, che analizza dal punto di vista epidemiologico i territori più esposti, stima in 9.969 il numero di vittime dell’inquinamento in 7 anni. E sono tumori al sistema respiratorio, leucemie, malattie cardiovascolari.

I rifiuti ritrovati dai tecnici dell’Arpac e dalle forze dell’ordine, erano stati sepolti ad appena cinque metri da una falda acquifera. I fusti in cui erano stati stoccati, invece, secondo quanto è emerso, si sarebbero “sbriciolati“, aggrediti dalle sostanze che contenevano e dalla terra.

A far ritrovare i fusti non sarebbe stato il pentito Carmine Schiavone, come scritto in un primo momento da diversi giornali, ma un altro collaboratore di giustizia. Ma è stato proprio Schiavone, in una clamorosa intervista rilasciata a SkyTg24, ad affermare che «Io certe cose, come i luoghi esatti dove è interrata l’immondizia più pericolosa, le ho dette nel 1997 durante le audizioni in commissione. Sapete cosa mi dissero? Che era impossibile bonificare perché servivano troppi soldi». E il problema, infatti, è sempre lo stesso: bonificare un disastro frutto di un’attività crimnale durata oltre vent’anni, sembra un’opera titanica. Senza contare il rischio che a portare avanti le operazioni di recupero del territorio siano società comunque legate alla camorra.

Di Emilio Fabio Torsello

Giornalista professionista, 30 anni, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 2006. Mi occupo di tematiche inerenti la legalità, la cronaca giudiziaria (imparando dal "maestro" Roberto Martinelli), l’immigrazione e la politica. Collaboro con il mensile Narcomafie, con alcune testate del Gruppo Sole 24 Ore e in particolare con Il Sole 24 Ore del lunedì e Il Sole 24 Ore "Roma", con Il Fatto quotidiano e con Roma Sette (Avvenire). In passato ho lavorato (stage) presso la redazione Ansa di Bruxelles e ho collaborato con la redazione aquilana dell'AGI e con il portale del sole 24 Ore, Salute24. Sono l'autore del blog EF's Blog, sulla piattaforma Wordpress