La bellezza continua ad esserci, ma non più così grande. Un po’ per la scelta ostica dell’argomento, un po’ perché la “bellezza” cruda e vorace dello squallore umano non è sempre così facile da trasmettere e rappresentare. Attesissimo da mesi, il film di Paolo Sorrentino a prima vista è ben fatto ma non lascia il segno, forse perso in ridondanze e troppi richiami al vincente “La grande bellezza”.
Loro e Lui Il primo atto di “Loro”, verosimile affresco del mondo di Berlusconi nell’Italia di dieci anni fa (quella degli scandali politico-sessuali che finirono sui giornali), appare spaccato in due: quasi un’ora di sequenze e rimandi simbolici per descrivere l’ascesa del “talent scout” Sergio Morra (ovvero Giampiero Tarantini), a colpi di ricatti, tangenti e un giro di ragazze perdute pronte a tutto per il successo. Un universo decadente ideale e caro al regista napoletano, dove chi cerca potere e soldi si affida a «loro, quelli che contano», per arrivare poi a “Lui”, Silvio Berlusconi, l’uomo più potente d’Italia. Come satelliti intorno ad un pianeta, politici più o meno mediocri, affaristi, produttori, aspiranti soubrette o attrici si affannano per un illusorio posto al sole. In mezzo droga, sesso e tanto disincanto.
La smorfia di Servillo Poi di colpo il film cambia, e una disperata festa estiva in Sardegna, a due passi da Villa Certosa, ci trasporta nel buen retiro dell’ex Cavaliere, accompagnato da una Veronica Lario annoiata e sofferente (resa bene da Elena Sofia Ricci). Ancora una volta è la bravura di Toni Servillo a far crescere il film, che, in attesa di vedere se la seconda parte ci aiuterà a meglio definirlo e valutarlo, continua comunque a non convincere del tutto. Il suo Silvio è incredibilmente verosimile (la camminata, la maschera del volto, la cadenza milanese) ma ad uno sguardo più profondo è un Berlusconi in cui l’attore ha messo del suo, per quanto non sia semplice dare vita ad un personaggio imitato e riproposto ovunque senza cadere nell’effetto “marionetta”. “Loro 1” ce ne mostra il lato più privato, quasi riflessivo, senza perdere di vista però l’uomo del “fare”, in cui l’ambizione e l’ego guidano incontri di lavoro, telefonate, trucco, e plateali tentativi di riconciliazione con la moglie.
Prevedibili ma indecifrabili Sorrentino lo ha dichiarato più volte, e lo ha scritto presentando il film: «Ho immaginato il racconto dell’uomo, e in modo solo marginale del politico, con il fine di provare a scavare nella sua coscienza. Quali erano i sentimenti, le paure, le delusioni nell’affrontare quegli anni turbolenti? Berlusconi è probabilmente il primo uomo di potere ad essere un mistero avvicinabile. È sempre stato un narratore di sé stesso, anche per questa ragione è diventato un simbolo, e rappresenta inevitabilmente una parte di tutti gli italiani». Una parte degli italiani, appunto, un universo di anime del Purgatorio che ambiscono al Paradiso, rappresentato dall’imprenditore di Arcore: «Ho voluto raccontare un fenomeno senza emettere giudizi, mosso solo dalla volontà di comprendere, adottando il tono della tenerezza». Ambivalente il film e ambivalenti le sensazioni che lascia, quindi. Tenendo presente che manca ancora una parte, al cinema dal 10 maggio.
