Sempre più «Piddìmenoelle»: il caso delle primarie a Milano
Scritto da Simone Pomi il 22 novembre 2010 in Politica / Società
Ogni volta che Beppe Grillo definisce il Partito Democratico «Piddìmenoelle», comparandolo di fatto al Popolo delle Libertà (PdL), molti tra esponenti e iscritti si sentono offesi. Una reazione più che logica vista la presunta collocazione politica del PD agli antipodi del partito di Silvio Berlusconi. Il problema è che molte volte si fa fatica a dimostrarlo.
L’ultimo esempio ci arriva dalle primarie di Milano. La vittoria dell’esponente di “minoranza”, Giuliano Pisapia, ha messo subito in movimento una parte del partito, tra cui la veltroniana Mariapia Garavaglia, dichiaratasi incredibilmente disponibile a sostenere un altro candidato. Si tratterebbe di Gabriele Albertini, sindaco del capoluogo lombardo per ben due mandati (nel 1994 e nel 1999) con il partito di Berlusconi e «pronto per un’eventuale chiamata di Bersani» già il giorno dopo le primarie milanesi. Un ipotetico candidato del nuovo “terzo polo” che verrebbe sostenuto da una coalizione formata dall’Api di Rutelli, dai finiani, dall’Udc e da alcuni democratici.
Pisapia ha subito dichiarato di essere «sorpreso delle dichiarazioni di alcuni esponenti del Pd che invocano la discesa in campo di altre figure più qualificate per battere la Moratti. In questo modo si compie un grave atto di delegittimazione dell’esito delle primarie e si manca di rispetto alla volontà espressa da alcune decine di migliaia di elettori di centrosinistra». Dello stesso parere l’ex responsabile nazionale della segreteria PD, Filippo Penati (dimessosi all’indomani della sconfitta di Boeri, il “suo uomo” alle primarie meneghine): «ci sono troppi guastatori all’interno del Pd che dopo le primarie grondano buoni consigli e proposte di collaborazione da tutti gli artigli. Chiedere al Pd di non riconoscere l’esito delle primarie significa dare uno schiaffo ai tanti milanesi che hanno partecipato e minare l’onorabilità del Pd. A Milano si sta cercando di girare pagina e si sta costruendo l’unità del Pd per battere la Moratti». Un tentativo di ribaltone che ha dei precedenti proprio nel partito di maggioranza, Il PdL.
Alcune settimane fa, infatti, Massimo Gramellini su La Stampa aveva reso nota una nuova delibera del Popolo delle Libertà. Il documento, nei punti 1-2-3-4-5 stila le regole su come scegliere democraticamente – attraverso un voto interno – il proprio rappresentate nei congressi locali, provinciali e regionali del PDL. Ma c’è un “ma” ed è al punto 6:
«Il Presidente può a suo insindacabile giudizio, e senza l’obbligo di motivare la decisione, non dare seguito alle indicazioni delle Assemblee»
Gramellini cita ironicamente questa regola, «Abbiamo scherzato», proponendo al suo posto «il punto unico»: «decido tutto io e non rompetemi le scatole».
Un delibera che avrebbero voluto utilizzare anche alcuni del PD annullando il voto (e le 2 euro minime a testa) di domenica 14 novembre a Milano. Avrebbero perché in questi giorni i vertici del Partito Democratico hanno ritrattato, parlando di un totale sostegno al vincitore delle primarie anche da parte dei veltroniani.
Pace fatta? Tutto come prima? Sicuramente per quanto riguarda il versante politico ma non così, purtroppo, per quello mediatico. Il solo sapere che all’interno dei democratici c’è qualcuno che ha pensato di potersene infischiare del voto dei suoi elettori non gioverà minimamente all’immagine del partito, anzi.
Un partito di opposizione che nonostante l’attuale momento di crisi del governo non solo non guadagna voti ma incredibilmente li perde. Probabilmente è proprio la continua rincorsa a Berlusconi, uno dei più urgenti problemi della sinistra italiana. In questi anni, il Pd e tutta la sinistra hanno fatto propri modi e pensieri non propriamente consoni alla sua storia. Tutte “new entry” ideologiche, morali e giudiziarie inutili contro il Cavaliere e il berlusconismo perché prive del loro punto forte: Silvio Berlusconi.
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