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Diritto di critica | October 15, 2019

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"Non era solo", l'altra verità sulla strage in Afghanistan - Diritto di critica

“Non era solo”, l’altra verità sulla strage in Afghanistan

Una carneficina compiuta a sangue freddo. Nelle case di un villaggio vicino a Kandahar 16 cadaveri di donne, bambini e vecchi: a sparare, sono stati fucili Nato. Il Pentagono dà la colpa ad un singolo marine “killer” impazzito; ma alcuni testimoni parlano di un’intera squadra di militari americani. E’ la scintilla definitiva della polveriera afghana, fuori dal controllo dell’Occidente in ritirata?

L’incursione è avvenuta sabato notte, a cinquecento metri dalla base americana di Alokozai, nei pressi di Kandahar. Un reporter dell’Afp racconta così quel che ha visto: “sono entrato in tre case e ho contato 16 morti, inclusi bambini, donne e uomini anziani. In una delle abitazioni c’erano i corpi di dieci persone, erano stati tutti uccisi e bruciati in una stanza. Un’altra donna invece giaceva morta all’entrata della casa. Ho visto almeno due bambini di età fra i due e i tre anni, carbonizzati”. Lo stesso spettacolo nel villaggio di Garrambai, poco lontano: quattro cadaveri di donne e bambini.

La versione del reporter francese coincide con quella dei testimoni. Un vecchio del villaggio, Haji Samad, racconta di aver visto una decina di soldati entrare nelle case sparando, e poi tentare di dar fuoco ai cadaveri con della benzina.

Il Pentagono racconta però una storia diversa nei comunicati. “Uno dei nostri soldati ha ucciso e ferito un certo numero di civili in un villaggio adiacente alla sua base”, ha dichiarato il vicecomandante dell’Isaf, generale Adrian Bradshaw: “non sono in grado di spiegare le ragioni del suo gesto, dobbiamo attendere i risultati dell’inchiesta in corso”. Sull’identità non esce una parola, si parla però di un sergente maggiore.

Obama si è scusato personalmente dell’accaduto, e ha promesso “piena trasparenza” sulle indagini. Per l’America, concentrata sulla corsa alle primarie dei Repubblicani, è un brusco risveglio: i temi interni – lavoro ed economia – sono  stati per una volta scavalcati dall’incubo di una guerra tutt’altro che conclusa. Proprio come nel Vietnam. In molti hanno paragonato il massacro di sabato alla strage di My Lai – 34 civili uccisi da una rappresaglia americana, il 16 marzo 1968. Quello fu l’inizio della fine per gli americani, uno stillicidio di morti nel paese in ebollizione.

Oggi potrebbe succedere la stessa cosa in Afghanistan. Karzai non può cavalcare l’ondata popolare contro gli occidentali, il sostegno americano è indispensabile al suo governo-fantoccio. Né può giustificare all’infinito i loro delitti. Le prospettive sono tetre, il ritiro rischia di lasciare dietro una lunga scia di sangue.