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Diritto di critica | June 15, 2019

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Che fine ha fatto la telefonata che inchioda Berlusconi? - Diritto di critica

Che fine ha fatto la telefonata che inchioda Berlusconi?

berlusconi-de-gregorioEsiste una registrazione del tentativo di corruzione operato dal senatore Sergio De Gregorio sul collega dell’Idv Giuseppe Caforio. La prova provata di come si è svolta “l’operazione libertà”, il “sabotaggio” del governo di Romano Prodi che al Senato aveva un vantaggio di soli due senatori. “Eravamo 158 a 156”, ricorderà lo stesso De Gregorio.

La registrazione potrebbe essere l’arma letale da usare contro Silvio Berlusconi che, a quel punto, avrebbe molte difficoltà a respingere l’accusa, pesantissima, di corruzione e finanziamento illecito ai danni della pubblica amministrazione.

La stessa per cui la Procura di Napoli, verosimilmente, chiederà il processo immediato – che, se accolto dal Gip, permette di saltare l’udienza preliminare – per lui, Walter Lavitola e lo stesso Sergio De Gregorio. Il problema è che la prova della corruzione non si trova più. Il supporto magnetico sarebbe andato perduto. O meglio, lo avrebbe perso Antonio Di Pietro, oppure – perché ancora non si è capito – la Procura di Roma.

La storia, abbastanza assurda, è emersa dalla vicenda De Gregorio. Il senatore ha raccontato ai pm napoletani di essere passato, nel 2007, dall’Idv al Pdl in cambio di tre milioni di euro – di cui due corrisposti in nero – per favorire la caduta del governo di Romano Prodi. Interrogato, De Gregorio ha aggiunto di aver ricevuto da Berlusconi l’incarico di contattare anche il collega di partito, “disse: puoi proporgli fino a cinque milioni di euro di finanziamento. E io tuttavia nel parlare col senatore Caforio – racconta De Gregorio – che mi registrò e mi denunciò alla Procura della Repubblica di Roma non feci mai cenno a dazioni di danaro (…). Mi registrò, quindi quella registrazione è presso gli uffici della Procura della Repubblica di Roma, che archiviò l’indagine”.

Lo stesso Caforio ha confermato di essere stato contattato da De Gregorio e di aver ricevuto la promessa di ricevere 5 milioni, di cui, “due o forse uno e mezzo, subito. Voleva il mio Iban; me li avrebbe fatti accreditare la mattina dopo con un giro conto in modo tale da non aspettare i tempi del bonifico. Prima del voto di sfiducia, come garanzia. Il resto sarebbe arrivato nei mesi successivi, tramite la sua fondazione di Italiani all’estero”. Una cifra molto consistente che però, dopo aver registrato il colloquio, il parlamentare dell’Idv ha rifiutato.

 Ma qui arriva il bello. Perché  Caforio affida la registrazione ad Antonio Di Pietro – leader del suo partito e, ai tempi, ministro –, il quale, a sua volta, denuncia in un esposto alla Procura di Roma la compravendita di parlamentari. Tuttavia non è chiaro se nell’occasione abbia allegato anche la telefonata.

Le rivelazioni di De Gregorio che sembrano in grado di mettere al tappeto il Cavaliere, probabilmente, da sole non bastano: due milioni in nero non sono facilmente rintracciabili e senza una prova inconfutabile restano in piedi solo le parole di un senatore già al centro di procedimenti giudiziari aperti a Napoli, Roma e Reggio Calabria. Mentre con quel nastro lo scenario cambierebbe di molto. 

È vero che c’è la Costituzione che esclude il vincolo di mandato e ritiene assolutamente insindacabile il voto del parlamentare, ma, di fronte a una prova del genere, la corruzione appare difficilmente aggirabile. Più difficile dimostrare a nome di chi agisse De Gregorio, ma questa è un’altra storia. Caforio afferma che se potesse tornare indietro registrerebbe la conversazione in triplice copia.

Ma il punto è un altro: cosa ne ha fatto il suo ex leader? Se Di Pietro ha allegato il colloquio tra i due senatori all’esposto portato ai magistrati, il problema di dove sia finito sarebbe della Procura di Roma che, tuttavia, dovrebbe chiarire innanzitutto perché non ha aperto immediatamente un procedimento, invece di lasciare riposare l’indagine per sei anniSe, al contrario, fosse stato l’ex pm di mani pulite a non averla fornita alla Procura, deve spiegare come mai.

Perché un ex magistrato non ha consegnato le prove di un simile reato? Le ha perse? E come è possibile che un politico della sua esperienza abbia avuto in mano un’occasione unica per silurare Berlusconi – il nemico di una vita – e non l’abbia sfruttata?

Saremmo di fronte all’inspiegabile. A meno di non volere rispolverare la dietrologia più abusata che vedrebbe l’Italia dei valori come funzionale, in realtà, alla permanenza in vita di Berlusconi, grazie ai suoi parlamentari, dimostratisi – prima con Prodi e poi a seguito della scissione di Fini – sempre pronti a dargli una mano.

Comments

  1. Jack Frost

    Mi aspetto che la solerte e suscettibile stampa italiana dalla coda di paglia (ricordo a tutti il 64° posto nella classifica per la libertà di stampa) lo ponga al centro della cronaca giudiziaria…..almeno la metà di come rompe i cogl..i sulla democrazia interna ai partiti.