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Diritto di critica | August 13, 2020

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Landini entrerà in politica?

Forse si, forse no. In un’intervista al leader Fiom, Il Fatto sembrava darlo per scontato, ma l’interessato ha sconfessato il quotidiano, negando tutto, “la prima pagina del Fatto Quotidiano di domenica 22 febbraio 2015 mi attribuisce un’affermazione non pronunciata e perlomeno forzata: ‘adesso faccio politica’ con tanto di virgolette che la rendono fuorviante. Perché rimanda più esplicitamente all’impegno di tipo partitico o elettorale, che come si può correttamente leggere nell’intervista pubblicata all’interno del giornale non è proprio presente”.

Quel che è certo è che da tempo le sue parole oramai suonano più come quelle di un capo politico che di un dirigente sindacale, per quanto tra i più importanti. A Il Fatto Landini aveva parlato di una “coalizione sociale che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale, capace di unificare e rappresentare tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare”. Anche a Matteo Renzi l’intervista deve essere suonata come il preludio ad un’avventura politica. Il premier non ha perso tempo e – a In ½ ora di Lucia Annunziata – ha sferrato il primo attacco verso l’unico nome che, a sinistra, davvero potrebbe rappresentare una spina nel fianco del Pd.

Intervistato in occasione del primo anno da presidente del Consiglio, Renzi ha sbeffeggiato Landini, definendo la sua una scelta quasi obbligata, “non credo che Landini abbandoni il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini. Il progetto Marchionne sta partendo, la Fiat sta tornando, meno male, a fare le macchine”.

Una discesa in campo frutto della sconfitta della Fiom, “sulla partita tra chi diceva che la Fiat è finita e chi diceva diamo fiducia a Marchionne – spiega il presidente del Consiglio -, il dato è che la Fiat sta tornando ad assumere”.

Ma Renzi ha anche accusato platealmente Landini di essersi preparato e costruito un bel trampolino di lancio sulle spalle del sindacato e dei lavoratori, “un sindacalista che fa politica? – ha detto il premier – Non è il primo. Sul Jobs Act ognuno può avere l’opinione che vuole, ma se la si butta in politica è difficile pensare che tutte le manifestazioni non fossero propedeutiche all’entrata in politica”. Attacco prevedibile, dietro a cui forse si nasconde anche un certo timore per un avversario nuovo e certamente molto preparato.

Si tratta comunque del primo assaggio di quello che significa non godere più di quel ruolo “super partes” di cui può beneficiare un sindacalista di punta, specie se leader degli operai metalmeccanici, con tutto il peso evocativo della lunga tradizione socialista da ascriversi a tale ruolo.

Ecco allora che agli occhi di Renzi Landini diventa subito un perdente. Un furbetto pronto a sfruttare la sua posizione per riciclarsi in politica e continuare una carriera forse al capolinea nella Cgil, dove la strada per la segreteria nazionale sembra sempre più sbarrata. Nessuno sa di che percentuali potrebbe disporre il nome di Landini. Ma il suo ingresso potrebbe davvero dare una leadership ad una sinistra alla ricerca di una rinascita che, al momento e nonostante una situazione sociale ed economica “favorevole”, appare impossibile.

Nomi come Vendola, ormai usurati e non privi di ombre- nonostante per il governatore pugliese sia arrivata un’assoluzione provvidenziale -, non solleticano più un elettorato sfiduciato e in parte sedotto dal populismo grillino, mentre altri (vedi Ferrero), salvati dal dimenticatoio solo da qualche comparsata tv, sembrano assolutamente improponibili. Lo spazio politico insomma esiste.

Sono anni che Landini, col broncio incazzato e la maglietta bianca che fa capolino sotto la camicia (in stile sindacale d’ordinanza), entra nelle case degli italiani. Serio, orgoglioso, compreso della gravità della situazione e maldisposto alla risata che tanto abbonda sulla bocca dei politici televisivi, concede nulla o quasi al cazzeggio gossipparo, riportando immediatamente i discorsi alla drammatica realtà del lavoro in Italia. La domanda su un suo ingresso in politica gli sarà stata posta almeno mille volte, ma lui ha sempre risposto “io non faccio politica, io faccio il sindacalista”. Affermazione che, in un mondo come quello politico popolato da arrampicatori sociali, voltagabbana e facce di bronzo, è comunque degna di stima generalizzata. Negli ultimi mesi, però, l’assenza totale di un’alternativa a sinistra e l’eterna ambiguità dei dissidenti interni al Pd deve aver avuto un peso, se Landini, sia pure continuando a negare, è sembrato cedere alle tentazioni.

Il problema per lui comincia adesso. Si, perché dopo le botte prese assieme agli operai della AST di Terni – in cui si è rivista la vecchia anima nobile del sindacalismo, quella di popolo, quella socialista contrapposta ai padroni e al governo autoritario che seda la protesta a manganellate – Landini ha raggiunto il massimo della popolarità possibile. Da quel momento in poi, a meno di colpi di scena, il gradimento può solo scendere e lo sa anche lui. Il dubbio di Landini è lo stesso che ha già paralizzato l’ingresso di altri, anche diametralmente opposti per valori e posizioni: restare nel modo conosciuto o sfidare l’ignoto? Restare in una posizione comunque di prestigio e proseguire per anni le proprie battaglie e la propria carriera, fino a raggiungere il titolo di grande vecchio del sindacalismo italiano e poi magari tentare un’altra strada con le spalle ormai al sicuro; oppure, intraprendere subito una strada da protagonista, alla ricerca di un’avventura individuale che può rivelarsi entusiasmante, ma anche breve e lastricata di cocenti delusioni?

E se non bastasse questo a ispirare prudenza, ci sono le posizioni immediatamente assunte da Susanna Camusso e dalla Cgil: “auguri a Landini se vuol fare politica, ma la Fiom è un’altra cosa”. Un richiamo chiaro, secco, perentorio: il sindacato non è un partito, chi fa politica va fuori dal sindacato.

Il Segretario non ha dimenticato lo scontro che l’ha spesso contrapposta a Landini e alla Fiom. La voglia di indipendenza con cui l’ala dura del sindacato rosso ha criticato più volte la linea troppo morbida della segreteria nazionale.

Si è detto e scritto che il confronto fosse per arrivare a sedersi sulla poltrona più importante e, infatti, prima della rinnovata unità, le posizioni della componente metalmeccanica si sono sempre o quasi distanziate dalla Cgil. Soprattutto dopo l’arrivo di Renzi il “rottamatore”, quando, per un breve periodo, Landini e il premier sono sembrati addirittura andare d’accordo.

Anche la Camusso adesso si rende conto che Landini è in difficoltà e sente di essere in una posizione di forza. Sa che in tanti sono pronti a rinfacciargli – come del resto ha subito fatto Renzi – quell’intransigenza e quella durezza fine a se stessa, a volte controproducente anche per i lavoratori. Urlare in tv paga fino a che non stanca chi è all’ascolto.

Quando le urla restano tali e non si traducono in vittorie, nè in atti concreti, il politico di turno – che in altri tempi avrebbe abbassato mestamente la testa alle rampogne di Landini – ha modo di controbattere.

L’impressione è che Landini si stia avvicinando a quella fase lì. Dato che non è certo un uomo privo di fiuto politico, forse dovrebbe trarne le conseguenze e tentare la sorte. D’altra parte, il rischio che il popolo plaudente dei salotti tv si assottigli drammaticamente al momento di entrare nell’urna esiste. Il suo ingresso in politica dipenderà molto da chi e su chi potrà contare. Perché per fare un altro Ingroia, in fondo, basta un attimo.

@virgiliobart