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Diritto di critica | October 24, 2020

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Un Senato di «nominati»? Come in Germania

La riforma contenuta nel ddl Boschi è quasi un «copia-incolla» del sistema tedesco. E a Berlino nessuno grida allo scandalo nonostante i senatori siano nominati dai governi regionali

Si chiama Bundesrat ed è il “senato” tedesco. Non è una vera e propria seconda camera, in quanto in Germania non esiste un bicameralismo perfetto. Bundesrat si occupa, invece, di specifiche materie stabilite per legge, che in genere riguardano gli interessi dei singoli Land (regioni) e di eventuali proposte di legge di riforma costituzionale. Ha, inoltre, potere di iniziativa legislativa su tutte le materie, ma non vota la fiducia al governo. Non solo: i suoi membri sono nominati dai singoli governi locali.
Renzi copia. Insomma, Matteo Renzi non ha inventato nulla. La riforma del Senato italiano (in precedenza definitiva impropriamente “abolizione”), non è altro che un semplice “copia-incolla” di un sistema parlamentare che funziona: quello tedesco. C’è solo una piccola variazione: in Germania i membri vengono nominati dai singoli governi, nella proposta di legge costituzionale italiana (ddl Boschi) verrebbero eletti dai singoli consigli regionali tra gli stessi consiglieri, rispettando la rappresentatività delle minoranze, nel pieno rispetto del principio espresso nell’articolo 57 della Costituzione, circa la funzione di rappresentanza regionale del Senato.
Senatori e consiglieri, unico stipendio. Il governo Renzi ha voluto, inoltre, prevenire attacchi da parte dei 5 Stelle, proponendo l’azzeramento dello stipendio per i senatori (che diverrebbero 100 e non più 315) e mantenendo solo il rimborso spese per gli spostamenti. Esattamente come già sta avvenendo per le “città metropolitane”. Questo aspetto, connesso con la non elettività degli stessi senatori (i quali saranno a loro volta anche consiglieri regionali), è il nodo di una riforma che vuole semplificare un sistema legislativo complesso e lungo.
Lo scontro nel Pd. Nel Pd sulla carta sono tutti d’accordo sul superamento del bicameralismo perfetto attraverso un ridimensionamento dei poteri del Senato. Ma la minoranza interna vuole l’elettività dei senatori a suffragio universale (cioè esattamente come oggi). Tuttavia l’elezione diretta dei rappresentanti della seconda camera comporta anche la necessità di prevedere necessariamente la diaria e l’indennità in quanto i senatori non saranno necessariamente consiglieri regionali.
Meglio niente che poco? Qual è, quindi, il senso delle proteste della minoranza Pd? Rompere le uova nel paniere di Renzi, certamente. Il tafazzismo, si sa, è lo sport preferito a sinistra. Ma ci sono anche altri interessi in ballo, cioè il rischio di una minor rappresentatività della minoranza interna del Pd in Senato. Sta di fatto che parte delle opposizioni e qualche membro della minoranza bersaniana grida al golpe. “Con l’Italicum e questa riforma del Senato tre quarti dei parlamentari saranno nominati e non eletti”, spiega Miguel Gotor, senatore Pd tra i più “vivaci” della minoranza interna. Gotor fa riferimento al fatto che l’Italicum, nuova legge elettorale che riguarda solo la Camera, prevede l’elezione dei deputati attraverso un listino con preferenze ma con capolista bloccato. In pratica, questo significa che gran parte dei capilista (decisi dalle segreterie di partito) saranno eletti e circa un terzo dei deputati sarà – di fatto – eletto attraverso le preferenze. Gotor dice il vero ma dimentica un punto fondamentale: il Porcellum (cioè la precedente legge elettorale) prevedeva che tutti i parlamentari fossero di fatto nominati dalle segreterie di partito. Il ddl Boschi che riforma il Senato con l’Italicum è comunque un passo avanti rispetto ad una legge che è stata sonoramente bocciata dalla Corte Costituzionale. Non è che forse dietro c’è qualcos’altro?

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