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Diritto di critica | April 5, 2020

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Marino si è dimesso: gli errori e gli scenari futuri - Diritto di critica

Il sindaco: «Ho 20 giorni per ripensarci». Intanto Meloni e Di Battista scaldano i motori

L’avventura di Ignazio Marino a Roma è arrivata al capolinea come probabilmente anche la sua carriera politica. La questione delle spese personali mascherate da spese di rappresentanza è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le dimissioni alla fine sono arrivate, ma non per lo scandalo o per un giudizio politico. Marino si è dimesso perché non è stato in grado di resistere alle bordate dell’opposizione e anche della sua stessa maggioranza.

Lo chiamavano “il marziano”. Lui con tutto questo sistema non c’entrava e oggi ancora non c’entra. E come un marziano, un diverso, è stato emarginato, ad iniziare dal proprio partito. Le sue scelte non sono mai andate giù al Pd. Insediatosi nel luglio 2013 ha tagliato spese e rivisto l’organizzazione dell’amministrazione capitolina, ma senza avere mai l’appoggio dei democratici romani. Era un outsider alle primarie che ha vinto e outsider è rimasto.

Marino ha commesso l’errore più grande: non curare con la necessaria attenzione la comunicazione. Di fronte allo scandalo Atac, agli scioperi selvaggi, ai vigili “latitanti”, alla vicenda dei Casamonica doveva andare in video immediatamente. Invece è comparso in tv con colpevole ritardo. Tutti hanno diritto alle vacanze ma rinunciarvi di fronte a certi attacchi strumentali come il funerale dei Casamonica – partito, tra l’altro, da giornali “amici” – è giusto e meritevole. Per rispetto della città di Roma.

Per quanto riguarda, invece, l’ultimo scandalo, dopo i vari viaggi negli Usa e le parole del Papa, si tratta di spese “anomale” per qualche centinaia d’euro. Ma tutti giornali, ad iniziare da quelli “amici”, hanno sollevato un polverone tale da far apparire Marino il più grande ladrone di tutti i tempi. Se con la stessa passione Pd, giornalisti e società civile avessero attaccato a suo tempo l’amministrazione Alemanno, le assunzioni irregolari in Atac non si sarebbero fatte e Buzzi&Co. avrebbero avuto vita difficile. Ora Marino è sotto il fuoco incrociato. Sotto il profilo comunicativo il Pd sa bene che dissociarsi dall’attuale sindaco è una scelta necessaria per rifarsi una verginità. Ma gran parte di quelli che sono lì con il dito puntato non hanno solo qualche fatturella da dover giustificare. E quanti non si accorgevano di ciò che succedeva a Ostia e nell’amministrazione capitolina oggi sono lì a gridare “dimissioni”.

Marino è quello che ha imposto il cartellino ai dipendenti di Atac, la municipalizzata dei trasporti, quello che si è scontrato duramente contro il corpo della polizia locale contro gli assenteisti, è quello che ha chiuso alle auto via del Fori Imperiali, quello che ha chiuso la scandalosa e illegale discarica di Malagrotta, quello che ha risanato i conti in rosso di Roma Capitale.

Ha mancato, però, di empatia. Tante gaffe: la famosa storia della Panda rossa, fino alle fatture contestate, passando per i viaggi a Philadelphia. Sempre fuori tempo, non è riuscito a creare il giusto rapporto empatico con gli elettori, rapporto che gli avrebbe garantito più forza nella sua azione contro i gruppi di potere e le lobby cittadine.

Marino adesso ha 20 giorni di tempo per ritirare le dimissioni. In questo periodo rimane in carica con la giunta per il dispiego delle funzioni ordinarie. Al termine di questo periodo la Giunta decade e il governo nomina un commissario che dovrà guidare la città fino alla primavera, quando i cittadini saranno chiamati a votare. Potrebbe venir nominato lo stesso prefetto di Roma Gabrielli, possibile candidato alla poltrona di sindaco da parte del Pd. Se invece il vicesindaco rimanesse in carica, la legislatura proseguirebbe. In caso di sfiducia da parte del Consiglio, lo scioglimento sarebbe immediato.

E dopo Marino? Come abbiamo detto il Pd potrebbe proporre come sindaco l’attuale prefetto Franco Gabrielli. Si tratta certamente un “uomo del fare”. La persona ideale per Matteo Renzi. Ma è in grado di attrarre i voti dei romani? È ancora presto per dirlo e per ora nel Pd si segue la linea della prudenza. In pole position per la poltrona di sindaco è certamente la grillina Roberta Lombardi. Ma la sua candidatura, come quella di altri parlamentari M5S, potrebbe creare attriti nel MoVimento a causa della violazione del “non-statuto”, ma è certamente ben vista dall’elettorato romano. Secondo gli ultimi sondaggi i 5 stelle potrebbero prendere il 35% dei voti e aggiudicarsi, al ballottaggio la potrona di sindaco. Poi c’è Giorgia Meloni. Piace nelle periferie, ma il suo legame con la precedente amministrazione potrebbe incidere negativamente. Rimane poi in posizione più defilata Alfio Marchini. L’imprenditore e politico romano è in realtà l’unico vero outsider che ancora non si è “sporcato” le mani con la politica cui tutti sono abituati. Alle scorse elezioni amministrative superò da solo il 9% e potrebbe – nella migliore delle ipotesi – giocarsela con i Cinque Stelle. Da non sottovalutare però una candidatura forte “Made in Renzi”. La partita, insomma, è tutta ancora da giocare.