Editoriale: dopo il caso Brancher, Berlusconi rischia un altro autogoal

«Allora è vero!». Verrebbe da dire. Il mandato lampo di Aldo Brancher a ministro di nonsoche ha confermato due cose: la prima è la profonda crisi in cui versa il Pdl, la seconda è la voglia matta (dalle sfumature sessantottine) che alcuni politici hanno dell’immunità. Tolto lo scudo, insomma, è crollato, decaduto, si è dimesso il ministro. Il ministero non serviva più.

«Allora è vero». Verrebbe da ripetere: le aule dei tribunali fanno paura. Può darsi. Se così fosse, Brancher – che comunque ha sempre negato con forza l’ipotesi maligna di voler evitare i processi – non sarebbe stato né il primo né – ahimè – molto probabilmente sarà l’ultimo. La politica, dunque, si conferma come l’orticello attorno alla poltroncina: un piccolo nido di immunità, funzionale alle cricche e a tutti quei gruppi di potere per i quali la magistratura è solo un accidente fastidioso.

Come ha scritto il nostro Damiano Zito, inoltre, con queste dimissioni Berlusconi si è salvato in calcio d’angolo. Ma la partita è ancora lunga e al premier potrebbe toccare di dover parare un rigore assai più insidioso: il voto sul tantoamatoddl-intercettazioni. Se, come ha promesso, il Pd votasse gli emendamenti dei finiani, infatti, si rischierebbe la crisi di governo e le elezioni, dal momento che in Parlamento si avrebbe una nuova maggioranza, non più quella votata dai tantoamaticittadini-elettori.

Schivato un tiro in porta, dunque, Berlusconi deve stare attento a non commettere un fallaccio da dietro in piena area di rigore, accelerando il voto di un ddl tantoamato che potrebbe però diventare un clamoroso auto-goal. A ben guardare, la figuraccia è comunque dietro l’angolo: dopo gli annunci sull’imminente voto (il 29 luglio), se l’esame dovesse ulteriormente slittare, il premier perderebbe la faccia  (per l’ennesima volta) sulla sua tantoamatalegge-bavaglio. Se ne riparlerebbe in autunno. O forse mai più.

In molti, intanto, si chiedono dove sia finita l’altra grande rivoluzione premierista che il buon Angelino Alfano ha annunciato tempo fa: la riforma della Giustizia. Non se ne parla più. Forse il Governo teme di non sentirne mai nemmeno il primo gemito di vita? Chissà.

Di Emilio Fabio Torsello

Giornalista professionista, 30 anni, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 2006. Mi occupo di tematiche inerenti la legalità, la cronaca giudiziaria (imparando dal "maestro" Roberto Martinelli), l’immigrazione e la politica. Collaboro con il mensile Narcomafie, con alcune testate del Gruppo Sole 24 Ore e in particolare con Il Sole 24 Ore del lunedì e Il Sole 24 Ore "Roma", con Il Fatto quotidiano e con Roma Sette (Avvenire). In passato ho lavorato (stage) presso la redazione Ansa di Bruxelles e ho collaborato con la redazione aquilana dell'AGI e con il portale del sole 24 Ore, Salute24. Sono l'autore del blog EF's Blog, sulla piattaforma Wordpress

2 commenti

  1. Io vorrei porre anche all'attenzione di tutti il fatto che per chiedere l'applicazione del "legittimo impedimento" sia stata necessaria una "certificazione"/attestazione" da parte di qualche grosso dirigente , quindi funzionario pubblico, che ha, appunto, attestato che il "ministro" aveva impedimenti.
    Alla luce di quanto successo (dimissioni, ecc.) risulta evidente che è stato dichiarato il falso.
    Dovrebbe dimettersi.

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