Tensioni a Beirut. La pace libanese appesa al filo (dell’Onu)

Martedì mattina le scuole di Beirut sono rimaste chiuse. Le autorità libanesi hanno chiesto ai cittadini della capitale di lasciare a casa i loro figli, in seguito al montare delle tensioni in città, mentre le forze di sicurezza sono state schierate in centro. Si attendono nuove manifestazioni di protesta da parte dei sostenitori di Hezbollah e dei libanesi sciiti che si oppongono ai tentativi di elezione di un nuovo primo ministro, che succederà a Saad Hariri.

La storia recente del piccolo stato arabo non rassicura: è forte la paura che la delicata crisi politica attuale si trasformi nell’ennesimo conflitto civile libanese. Tanto più che il futuro del piccolo Libano nasconde implicazioni a livello globale e coinvolge Israele, Siria, Iran e dunque gli Stati Uniti.

Hezbollah fa cadere il governo. La scorsa settimana, il governo libanese è caduto in seguito alla dimissione di undici ministri riconducibili alla coalizione sciita, che comprende Hezbollah. Il premier Hariri, però, rimarrà in carica sino a quando non verrà nominato un nuovo esecutivo. I vertici di Hezbollah non accettano più Hariri alla guida del paese, perché ritenuto colpevole di supportare l’imminente sentenza dell’Onu riguardo l’omicidio del politico sunnita Rafik Hariri, padre dell’attuale primo ministro.

Una crisi lunga cinque anni. Per capire le ragioni della crisi bisogna fare un passo indietro. Nel 2005, anno in cui ci fu l’attentato che uccise Hariri e 22 altre persone, le Nazioni Unite istituirono il Tribunale Speciale per il Libano (TSL), un collegio con il compito di decidere i mandanti dell’omicidio. Dopo prime indiscrezioni che puntavano il dito contro i servizi segreti siriani e che provocarono il ritiro siriano dal Libano a furor di popolo, il TSL ha cambiato idea. Proprio in coincidenza con le elezioni di maggio che davano favorita la coalizione sciita.

A metà del 2009, sono trapelate alcune indiscrezioni riguardo la sentenza che con tutta probabilità incriminerà i vertici di Hezbollah. Il partito sciita ha fatto immediatamente sapere di non ritenere legittimo un tribunale dai comportamenti schizofrenici e che già in passato è stato scosso da uno scandalo riguardo false testimonianze.

“Il Tribunale Onu non è legittimo”. La crisi di governo provocata da Hezbollah non è arrivata inaspettata. Il leader Nasrallah ha lanciato più di un avvertimento al governo di coalizione e ha invitato Hariri a bloccare ogni forma di collaborazione con il TSL. Ciò non è avvenuto e la coalizione sciita ha ritirato l’appoggio all’esecutivo.

Dopo vari rinvii, le operazioni del TSL presieduto dal canadese Daniel Bellamare sono andate avanti. Questo lunedì è stato depositato il primo atto d’accusa, il cui contenuto è strettamente confidenziale. E rimarrà tale almeno sino al prossimo autunno. Anche le consultazioni tra Hariri e il presidente libanese Suleimani riguardo la nomina di un nuovo premier sono destinate a continui rimandi. Serve un accordo tra le parti che scongiuri la guerra civile, ma servirà del tempo.

I missili di Hezbollah e il ruolo degli Usa. Il necessario compromesso non riguarda soltanto i libanesi. Il Paese dei Cedri è da sempre luogo di scontro tra opposti interessi globali. Grazie al supporto militare ed economico di Iran e Siria, Hezbollah possiede una milizia più potente dello stesso esercito regolare libanese ed un arsenale missilistico capace di raggiungere Tel Aviv. Una situazione che limita le scelte di Israele anche per quanto riguarda la Palestina e Gaza. Ma i missili del partito sciita sono un serio deterrente per l’intera comunità internazionale e mettono in imbarazzo soprattutto gli Stati Uniti quando si trovano a trattare con l’Iran (vedi le questioni Iraq e nucleare). Per questo motivo, i diplomatici americani mettono il disarmo di Hezbollah molto in alto nella loro scala di priorità e il TSL è uno dei mezzi per metterlo in pratica.

La logica conseguenza è che gli Stati Uniti e l’Onu non accetteranno di insabbiare la sentenza senza l’impegno di Hezbollah a liberarsi del suo arsenale e a lasciar perdere l’Iran. Per convincere Nasrallah ci sono soltanto due strumenti: la forza dell’esercito israeliano, che ha già portato a termine i preparativi per un’eventuale nuova invasione, oppure il compromesso, promettendo maggior peso politico agli sciiti.

Obama come Bush? Comunque vada, rimarrà centrale il ruolo dell’America, che continua a supportare il lavoro del TSL. In questo senso, la strategia di Obama in Libano non sembra distanziarsi troppo da quella del suo predecessore, George W. Bush. Quella stessa idea di “instabilità costruttiva”  che permise di cacciare le truppe siriane nel 2005 sembra guidare la sentenza dell’Onu anche oggi. Si cerca di assecondare le rivalità interne, al fine di destabilizzare la situazione politica attuale per ricostruirne una nuova e più favorevole agli interessi americani. Con buona pace del dialogo con l’Islam.

Di Aldo Gianfrate

24 anni, pugliese, di Roma. Laureato in Editoria, Giornalismo e Uffici Stampa a "la Sapienza". Collaboro con alcune testate di politica, attualità, tecnologia e motori. Appassionato di web, politica e relazioni internazionali, sport e tecnologia. Critico, polemico e dietrologo nei confronti di qualunque cosa.