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Diritto di critica | June 26, 2022

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Referendum elettorale, tra Massimo e Walter ogni scusa è buona per farsi la guerra - Diritto di critica

Referendum elettorale, tra Massimo e Walter ogni scusa è buona per farsi la guerra

Scritto per noi da Francesco di Majo

Uno a zero per D’Alema. Il Pd non raccoglierà le firme per il referendum, o meglio, alcuni lo faranno ed altri no, in pieno stile democratico: divisi su tutto. Sulla questione del referendum abrogativo della legge elettorale “porcella”,  infatti, i democratici stanno spendendo solo l’ultimo dei capitoli del loro de profundis infinito. Veltroniani e altre correnti non sanno più cosa inventarsi per non scomparire alla prossima tornata elettorale. Allora cosa fare di meglio se non provare a cambiare la legge elettorale, per tentare di cavare qualcosa dall’unica cosa che hanno in borsa, ovverosia la capacità di racimolare voti in giro per il territorio?

Ed ecco che, nel disperato tentativo di salvare il salvabile (cioè tutti i parlamentari che Veltroni ha messo dentro nel 2008, quando gli diedero il partito in mano senza battere ciglio e sapendo che avrebbe perso) Walter & co. hanno abbracciato la crociata referendaria anti-porcellum. Non certo per una spinta puramente democratica-costituzionale e di spirito rappresentativo che li avrebbe portati in piazza per un motivo moralmente ed eticamente rilevante ma, piuttosto per una estrema e umana scossa di spirito di sopravvivenza politica. Ma non avevano fatto i conti con le altre anime del partito, e cioè quelle che andrebbero, anche contro i proprio interessi, contro qualsiasi cosa fatta dall’avversario interno (che è il vero nemico assoluto, a prescindere dai concorrenti degli altri partiti).

Ed ecco che la lotta infinita fra Veltroni e D’Alema è riuscita fuori. Più forte che mai. Walter vorrebbe un sistema che premiasse le persone e non le scelte di segretaria nella composizione degli aspiranti parlamentari, Massimo invece vuole andare contro Walter, e quindi vorrebbe mantenere il sistema esistente. In entrambi i casi tutto sarebbe deciso nelle stanze dei bottoni e non dagli elettori. Il primo ha utilizzato gli argomenti della retorica, appunto, veltroniana, richiamando alla rappresentatività dei parlamentari e al diritto di ogni minoranza di essere presente nelle assemblee elettive del Paese. E allora, invece di pensare a costruire una vera alternativa possibile all’attuale maggioranza, eccoli che si scannano ancora intorno al “potere dei caminetti”. Un esempio su tutti il Lazio, dove ad ottobre ci sarà il congresso (o almeno ci dovrebbe essere) per eleggere il nuovo segretario regionale.

A Roma e nel Lazio l’uomo forte è Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma e futuro candidato alla poltrona di primo cittadino dopo Alemanno. Lui soffre solo di un problema politico, non indifferente: il doversi barcamenare fra i cattolici del partito e il sostegno che, fino ad oggi gli ha dato il partito di Vendola. Sostegno che sarà senz’altro rinnovato quando l’appuntamento con la amministrative sarà alle porte ma che potrebbe subire una battuta d’arresto nel momento in cui i democratici dovessero decidere di mandare avanti qualcuno di non rispondente all’equilibrio fin qui costruito, fra sinistra ed ex diessini. Ad esempio per la successione alla Provincia. Infatti dopo Zingaretti, quelli di Sel vorrebbero un loro candidato, possibilmente sostenuto anche dai democratici, a creare una sorta di laboratorio di alleanza a sinistra fra i due partiti maggiori dell’opposizione. Ma così non potrà essere se l’ala cattolica dei democratici dovesse tirare la giacchetta e chiedere più rappresentanza nelle istituzioni, ad esempio con un loro candidato alle prossime elezioni provinciali. Ma a quel punto cadrebbero tutte le ipotesi della sicurezza zingarettiana sulla corsa al Campidoglio, perchè è vero che il centro destra ha vinto perché ha perso Rutelli, ma è altrettanto vero che senza il sostegno della sinistra “estrema” a Roma i democratici potrebbero anche non farcela. Cosa fare?

Intanto Nicola Zingaretti, in una intervista rilasciata ieri a “Il Messaggero” ha bruciato la candidatura di Enrico Gasbarra, adulandolo e ‘lanciandolo’ come persona giusta. Salvo poi poter tornare indietro e farlo eleggere veramente. Il tutto parallelamente ad un conteggio sull’effettivo peso elettorale dei due possibili alleati: il primo interno al partito e formato dai cattolici (orfani però di appoggi importanti numericamente come quello di Riccardo Milana passato all’Api qualche mese fa); il secondo fatto di tutta la sinistra antagonista e ‘vessata’ dall’attuale sindaco, che non vede l’ora di mettere in campo la riscossa contro il nemico “fascista” Alemanno. In soldoni, quello che sta accadendo nel piccolo del Lazio è quello che accade quotidianamente nel partito nazionale. Una lotta infinita fra caminetti e poteri (più o meno forti) di una somma di ex partiti che non è passato, né presente, né futuro.