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Diritto di critica | January 13, 2022

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Due mesi fa il sequestro Azzarà. Nel mondo prigionieri ancora 14 connazionali - Diritto di critica

Due mesi fa il sequestro Azzarà. Nel mondo prigionieri ancora 14 connazionali

Era domenica, la vigilia di Ferragosto, quando Francesco Azzarà veniva rapito alle ore 17 locali a Nyala, capitale del Sud Darfur, mentre si recava in auto all’aereoporto. Francesco, 36 anni, calabrese di Motta San Giovanni (RC), era alla sua seconda missione come logista del Centro pediatrico aperto da Emergency dal luglio 2010. Da allora ad oggi sono passati esattamente due mesi, due mesi in cui a più riprese è stata data per certa ed imminente la sua liberazione.

Appresa la notizia del sequestro, Emergency «ha immediatamente attivato in Darfur e a Khartoum tutti i contatti a sua disposizione e ha altresì informato il Ministero degli Affari Esteri italiano». Il Ministero degli Esteri ha confermato il rapimento, chiesto il silenzio stampa e attivato «tutti i canali disponibili presso le autorità locali per una soluzione della vicenda». «Ci sono delle piste ma il riserbo è necessario per poter lavorare, capire le dinamiche, chi sono i responsabili del rapimento e ottenere la rapidissima liberazione del nostro connazionale», dichiarava il Ministro degli Esteri Franco Frattini, parlando di «cauto ottimismo per una soluzione in tempi brevi».

IL CONTATTO TELEFONICO – Le prime notizie di un contatto telefonico che prova che Francesco è vivo ed in buone condizioni di salute risalgono al 17 agosto: «sta bene, sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico». Lo ha riferito Abdul Karim Moussa, vice governatore del sud Darfur, al Sudanese Media Center. Le forze di sicurezza sudanesi «stanno stringendo il cerchio» intorno ai rapitori, ha continuato Moussa. Il governatore ha precisato che i responsabili del sequestro «si trovano ancora nel sud Darfur». «Non abbiamo intenzione di pagare alcun riscatto» per la liberazione del ragazzo, ha concluso Moussa, lasciando intendere che potrebbe essere arrivata una richiesta di pagamento di un riscatto alle autorità del sud Darfur.

Subito amici, parenti e conoscenti di Francesco organizzano a Motta San Giovanni una silenziosa fiaccolata per la sua liberazione, cui prendono parte quasi 4000 persone.Ma sia la notizia di una richiesta di riscatto,che quella di uno scontro a fuoco che si sarebbe verificato nel tentativo di liberarlo sono state immediatamente smentite da Emergency.

IL BLITZ E LA SMENTITA – In realtà, il 9 settembre si era appreso che la polizia sudanese nel Darfur aveva provato a liberare tre ostaggi, ma nel blitz erano morti almeno 13 poliziotti e ne erano stati feriti altri 30. Gli agenti avevano avuto un violento conflitto a fuoco con quella che inizialmente era stata definita una «banda armata» nei pressi di Jebel Marra, nell’est del Paese.

All’inizio la polizia aveva annunciato che tra gli ostaggi da liberare c’era il cooperante italiano di Emergency. Poi però è arrivata la smentita del Governatore: «L’italiano non c’entra, volevamo liberare tre nostri militari». Poi più nulla. Ce n’era abbastanza per preoccuparsi e rilanciare l’allarme, come ha fatto in diretto contatto con la famiglia Azzarà un apposito Comitato calabrese, “Francesco libero” , che ha invitato con successo tutte le istituzioni ad esporre la sua effigie, raccogliendo così numerose adesioni, compresa quella di Roma Capitale. Tale comitato si era costituito formalmente nel suo paese natale il 5 settembre scorso, con l’obbiettivo di “chiedere insistentemente la liberazione di Francesco, sensibilizzare l’opinione pubblica, tenere alta l’attenzione sul sequestro, sostenere la famiglia in questo particolare momento e incalzare tutte le autorità competenti affinché massimo sia il loro impegno per farlo tornare a casa, nel più breve tempo possibile”.

LA MARCIA DELLA PACE – Domenica 25 settembre, alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi e al nostro operatore di pace erano dedicate le prime parole pronunciate dal custode del Sacro convento sulla spianata della basilica di San Francesco: “In nome di San Francesco, liberate Francesco Azzarà!”. Quella sera stessa Gino Strada, nel corso della trasmissione di Rai 3 “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, annunciava che ci sono ormai tutte le premesse per poter presto rimpatriarlo e riabbracciarlo, restituendolo all’affetto dei suoi cari.

“Alla Marcia della Pace, qui ad Assisi, marciamo per san Francesco per ciò che ha rappresentato. Ma anche per il nostro Francesco, affinché riottenga presto la libertà come riconoscimento del suo essere un operatore di pace”. Così i suoi cugini, Antonino Chilà e Paolo Laganà, il sindaco di Motta San Giovanni, l’unico sindaco ammesso a parlare dal palco di Assisi. Ha detto Laganà: “All’appuntamento con i mille giovani per la pace lanciamo il nostro appello alla Farnesina affinché ci sia una svolta nella trattativa coi rapitori. Questa vicenda porta all’attenzione dell’opinione pubblica non solo il dramma di Francesco, ma anche quello del popolo del Sud del Sudan che proprio qualche giorno fa ha ottenuto il riconoscimento dall’Onu”.

“Francesco – ha dichiarato Antonino Chilà – è l’espressione di quella nazione pulita, intelligente, solidale. Rappresenta la Calabria migliore, la sana voglia dei tanti giovani calabresi di mettersi in gioco e di aiutare gli altri, di rendersi utili e porsi al servizio di chi vive situazioni di disagio estremo, senza se e senza ma, nei confronti dei dimenticati del mondo, con abnegazione ed incosciente passione, coerente con se stesso e con il proprio modo di intendere la vita, come espressione simbolica di un mondo giovanile proteso al prossimo, fatto di ragazzi che si impegnano nel sociale, che dedicano il loro tempo agli ultimi, sopperendo talvolta alle mancanze delle istituzioni preposte all’uopo. Francesco è uno di questi giovani, che non dobbiamo dimenticare ed il cui dramma attuale dobbiamo vivere con profonda compartecipazione, auspicando l’interessamento, a più livelli, ed uno sforzo maggiore di quello fino ad oggi profuso, per la sua immediata liberazione e per il suo ritorno a casa. Persone e ragazzi come Francesco ci fanno sentire orgogliosamente calabresi e italiani”. Da allora ha ripreso il silenzio, un silenzio talmente allarmante da indurre Gino Strada a dichiarare che non si muoverà dal Darfur fino a quando non gli verrà riconsegnato Francesco.

Intanto, i deputati onorevoli Franco Laratta (pd) e Giuseppe Giulietti (Art.21) sono ripetutamente intervenuti alla Camera per chiedere « al governo di riferire in Aula sul rapimento dell’operatore di Emergency Francesco Azzarà. Sono passati circa due mesi dal suo rapimento in Darfur, abbiamo presentato una interrogazione urgente sottoscritta da 30 colleghi, abbiamo chiesto altre volte in aula al governo di riferire. Ma a tutt’oggi il ministro degli Esteri non ha inteso comunicare alla Camera lo stato delle cose in relazione al rapimento del giovane Francesco Azzarà.. Speriamo solo che il Governo non pensi che il silenzio stampa valga anche per le Camere!! In ogni caso crediamo sia assolutamente necessario e urgente che il ministro informi il parlamento sul caso!”

Infine, Domenica 9 ottobre, il sindaco di Lamezia Terme, Gianni Speranza, rivolgendosi a Papa Benedetto XVI, in visita pastorale in Calabria, lo ha così ricordato: «Santità, anche a nome del Sindaco di Motta S. Giovanni e di tanti altri Sindaci vorrei rivolgere un pensiero a Francesco Azzarà, nostro corregionale rapito in Darfur, nell’auspicio che possa tornare presto tra noi».

Intanto il Ministero degli Esteri mantiene il suo tradizionale riserbo, mentre i mass media hanno lasciato cadere nel’oblìo la drammatica vicenda.

ANCORA 14 ITALIANI RAPITI NEL MONDO – Dopo la liberazione con un blitz angloamericano dell’equipaggio della nave italiana Montecristo, clamorosamente sequestrata solo il giorno prima, ci si chiede quale sia l’utilità del silenzio stampa, se non quello di far dormire sonni tranquilli ai funzionari della Farnesina, che dietro questo alibi del silenzio stampa stanno facendo trascinare all’infinito le vicende di ben 14 italiani ancora prigionieri “nel deserto o in mezzo al mare”, come ricordava su La Repubblica del’altro ieri Daniele Mastrogiacomo, che deve la vita alla mobilitazione di cui fu capace la testata per cui era inviato quando, dal 5 al 19 marzo 2007, fu sequestrato dai talebani in Afghanistan. Allora ad accoglierlo nella sede di Emergency fu proprio Gino Strada.

“Ritengo che la mobilitazione sia utile – ha spiegato Mastrogiacomo a Diritto di Critica – e che tenere alta l’attenzione serva sempre. Di solito, i governi, le istituzioni si possono mobilitare per vari motivi: primo, quello fondamentale, è che temono che si alzi la posta in gioco. C’è poi da dire che in realtà i governi, anche se negano sempre, in realtà trattano con i rapitori. Nel caso mio il governo non ha trattato ma si è attivato molto”. E la vicenda Mastrogiacomo la racconta nel bel libro “I giorni della paura” (edizioni e/o, Roma, 2009, pp. 192, 16 euro). “Mi chiamano – scrive Daniele in apertura -, affettuosamente, il redivivo. Ma è proprio per una serie di circostanze fortuite, tra loro scollegate, e per l’azione di alcuni uomini e donne, che sono tornato a casa. A loro va un particolare ringraziamento e la dedica di questo libro: Luisella Longo Orihuela, Ezio Mauro, Elisabetta Belloni, Massimo D’Alema, Romano Prodi, Ettore Sequi, Gino Strada, Rahmatullah Hanefi. E le novantamila persone che in tutto il mondo hanno sottoscritto l’appello per la liberazione di Ajmal e mia.”

E’ ora che la Farnesina si mobiliti veramente per l’immediata liberazione di Francesco e degli altri tredici italiani inghiottiti in diverse e spesso oscure circostanze nel buco nero dell’Africa (tra cui l’equipaggio del mercantile Savina Caylyn ancora preda dei pirati somali) e che si comincino a raccogliere le firme anche per la liberazione di Francesco.

Concludiamo con le parole di Cecilia Strada: “Da quando le guerre sono chiamate missioni di pace si è generata una confusione drammatica tra popolazione e combattenti che crea problemi alla cooperazione. Le Ong saranno un bersaglio fino a quando non si capisce chi sta costruendo per davvero i pozzi in Afghanistan”.