Quel giorno che a Teano Garibaldi consegnò l’Italia ai Savoia


Giunti alla fine di ottobre, i festeggiamenti per l’anniversario dell’Unità d’Italia sono ormai agli sgoccioli. Ma quello di oggi è un giorno da ricordare ancora una volta.

Anche se non fu la fine dell’uomo e delle sue iniziative, il 26 ottobre del 1860, data dell’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, rappresentò la conclusione dell’epopea risorgimentale del Generale. Il suo capolavoro, la liberazione del Sud d’Italia dal dominio borbonico, era arrivato nella maniera più gloriosa possibile, e quella mattina, nella piccola località di Teano (Caserta), tutto passava nelle mani del re.

Ancora oggi gli storici si chiedono cosa sarebbe successo se il Generale avesse proseguito il suo cammino verso Roma, invece di essere fermato dalle logiche della politica e della diplomazia dell’epoca. Già 150 anni fa, infatti, i rapporti internazionali con le altre potenze erano fondamentali per aumentare prestigio e ottenere favori.

Non possiamo sapere se il futuro dell’Italia sarebbe stato diverso, ma sicuramente quel 26 ottobre ebbe di fatto inizio la storia di un nuovo Paese (anche se per avere la penisola tutta italiana dobbiamo attendere la prima guerra mondiale). Un Paese disomogeneo, spaccato, che nemmeno parlava la stessa lingua, e che si è portato dietro forse fino ad oggi diversità e disparità intrinseche.

Quel 26 ottobre fu il prologo di una nuova entità geografica e politica, ma per alcuni versi anche la resa personale di un personaggio come Garibaldi.

I giornali dell’epoca fantasticarono molto sulla giornata, e dedicarono fior di copertine all’evento. Dopo cinque mesi di battaglie e sacrifici, il Generale incontrava il re Vittorio Emanuele II e consegnava a lui «il potere che per tutti i titoli vi appartiene». Uno dei compagni dell’eroe dei due mondi, Cesare Abba, riferisce della maestosità dell’incontro, e di come chi era lì si sentisse parte di un evento epocale: «Non lo dimenticherò mai…un popolano (Garibaldi, n.d.r.) semplice come Curio Dentato, valoroso come Scipione, in nome del popolo strappa la corona al re di Napoli e dice a Vittorio Emanuele: è tua!».

In realtà tutto avvenne in pochi minuti: il re e Garibaldi, entrambi a cavallo, una volta salutatosi solennemente si allontanarono di qualche metro dai gruppi che li accompagnavano, e parlarono pochi minuti. Il Generale chiese accoratamente che i suoi uomini venissero inglobati nell’esercito del futuro Regno d’Italia, e annunciò di voler tornare nella sua Caprera. Niente compensi per lui, né alcuna ambizione personale che lo spingesse a chiedere di più.

Vittorio Emanuele si diresse per il pranzo in una proprietà vicina appartenuta fino a poche ore prima ai Borboni, Garibaldi invece mangiò una semplice fetta di pane e cacio su una panca, in una stalla, circondato dai suoi.

Un po’ di tristezza, lo sguardo mesto, la coscienza della fine di un’avventura. Il giorno seguente, proprietario di nulla e consapevole della sorte dei Mille, disse alla moglie di un compagno: «Signora, ora si ripasserà il Volturno, si ritornerà nei nostri campi o chi sa dove..ci hanno messo alla coda!».

E infatti nei mesi seguenti Garibaldi, deluso dalle promesse non mantenute, ebbe un lungo contenzioso con il re e il Parlamento: «Per sistemare la condizione dei miei prodi commilitoni – leggiamo nelle Memorie – io chiesi il riconoscimento dell’esercito meridionale come parte dell’esercito nazionale, e fu un’ingiustizia non concederlo. Si voleva godere il frutto della conquista, ma cacciarne i conquistatori».

Quella del post 1861 fu un’Italia piena di sfide e problemi da affrontare, e il Parlamento, espressione di una nuova classe dirigente che dominerà l’Italia liberale, era già, nelle parole di Garibaldi ma anche di molti nostalgici del vecchio modo di fare politica, un gruppo di «individui che non corrispondono degnamente all’aspettativa della Nazione».

 

 

Di Arianna Pescini

Giornalista professionista dal 2010, mi occupo di esteri, attualità e cinema. Laureata a Pisa in Storia Contemporanea, con esami di relazioni internazionali e Storia dell'America Latina all'Università Complutense di Madrid, ho conseguito il Master in giornalismo e comunicazione pubblica presso l’Università di Tor Vergata, Roma. Ho lavorato presso la redazione centrale del quotidiano “Il Tirreno”, dell'ex gruppo Espresso, e presso le redazioni Sport e Internet di Rai Radio Uno. Collaboro con i mensili Focus Storia e Bbc History Italia e mi sono occupata di energie rinnovabili per agenzie di comunicazione. Scrivo per Diritto di Critica dal 2012.