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Diritto di critica | June 13, 2021

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Semplificazione normativa e modelli virtuosi, ciò che manca alla pubblica amministrazione - Diritto di critica

Semplificazione normativa e modelli virtuosi, ciò che manca alla pubblica amministrazione

di Francesco Formisano

Lo sviluppo economico dell’Italia passa anche da un miglioramento significativo della pubblica amministrazione. Tutte le sue lungaggini e i suoi cavilli cavilli giuridici pesano come un macigno sulle tasche dei contribuenti. L’attività sociale della pubblica amministrazione dovrebbe caratterizzarsi per creare compiti di propulsione economica e benessere sociale alla collettività, ma sul territorio italiano sembra aver perso questi connotati. In base ad un’analisi effettuata dalla Cgia di Mestre, possiamo affermare che se l’amministrazione italiana fosse efficiente quanto quella tedesca, i più virtuosi nel contesto europeo, potremmo avere un risparmio fino a 75 miliardi.

I dirigenti, quanto ci costano. La spesa media per il personale e per i servizi del funzionamento dell’attività amministrativa italiana, nel quinquennio 2005/2009, è stata pari a 248 miliardi ovvero il 16,4% del Pil, mentre in Germania la medesima spesa si è mantenuta all’11,5% del Pil, per un totale di 273 miliardi. Ciò che pesa non è il numero di dipendenti – come erroneamente sostenuto da qualcuno – che è nettamente inferiore rispetto alla Germania ed agli altri Paesi europei, ma la grandissima disparità di stipendio tra gli alti amministratori e gli impiegati, che è spesso superiore rispetto al settore privato; in proposito, ha destato molto scalpore, la buonuscita percepita dall’ex presidente di Finmeccanica, Guarguaglini di circa 5 milioni di euro. I dirigenti di amministrazioni statali sono circa 6mila su tutto il territorio, e percepiscono in media uno stipendio di 120mila euro annui più relativi premi; cifre astronomiche se paragonate ad uno stipendio base di un professore medio, un poliziotto o un qualsiasi collaboratore amministrativo.

Brunetta e il merito, ma chi controlla? Recentemente è stato l’ex-ministro della funzione pubblica Renato Brunetta, a lanciare una battaglia per il merito e contro gli enormi sprechi vigenti nella burocrazia. Brunetta riteneva e ritiene che affianco ai principi guida dell’attività amministrativa quali efficacia, efficienza ed economicità dove affiancarsi anche quello della competenza professionale, ed ha introdotto uno schema ampio ed articolato per premiare il merito dei dirigenti, e per cercare di ridurre i costi. Il problema però è che con l’inserimento di questi moduli di valutazione(decreto legislativo 150/2009) non ha lasciato alle amministrazioni la sola attuazione delle direttive, ma ha generato ancor di più confusione, in quanto non è specificato l’organo che è chiamato a valutare, lasciando inoltre un significativo vuoto legislativo per quanto riguarda la trasparenza nel settore, che porterebbe ad intraprendere decisioni diverse.

Nessuna semplificazione. L’ex ministro non è intervenuto in una logica di semplificazione, (in molti casi le norme fanno riferimento addirittura ai regi decreti) cercando di ridurre la produzione normativa, ed in particolar modo per eliminare quelle regole obsolete e le ordinanze prive di fondamento, in modo da eliminare i cavilli burocratici che di fatto impediscono alle imprese di partecipare alle procedure concorsuali, o di riutilizzare un bene confiscato alla criminalità organizzata.

Una pubblica amministrazione senza ricambio. Brunetta infine, sempre con il d.lgs. 150/09, ha stabilito un blocco delle assunzioni nel pubblico impiego che può avere molti effetti collaterali. Innanzitutto la statistica c’insegna che dagli anni novanta l’occupazione nella pubblica amministrazione è in costante flessione, anche grazie al fenomeno dell’informatizzazione, ma ciò che più conta e che non pare affatto esser recepito dal decreto, è la tendenza al rialzo dei livelli occupazionali negli enti locali, in modo da favorire il più ampio decentramento amministrativo e il progressivo sviluppo delle comunità locali. Non favorire un ricambio generazionale, inoltre, può contribuire a disperdere nel tempo competenze professionali, e generare ancora più lentezza nel settore amministrativo, organizzativo e giudiziario.

Troppe regole e corruzione. Altri fattori di cattiva amministrazione sono gli acquisti che effettua la PA in generale, che spesso sono frutto di involontaria incapacità gestionale, oppure presentano dei conti gonfiati ad hoc. Una miriade di regole inutili e farraginose che prolungano inutilmente i vari procedimenti amministrativi e fanno lievitare le spese, scoraggiano gli investitori e non aiutano a sfruttare i finanziamenti che l’Unione Europea mette a disposizione. Eppoi c’è una delle piaghe sociali di questo Paese, val a dire la corruzione, fenomeno che sottrae qualcosa come 60 miliardi l’anno all’erario; per contrastarla efficacemente bisognerebbe innanzitutto ratificare le varie convenzioni europee in materia, ed inasprire le sanzioni tanto per il corrotto quanto per il corruttore.

Semplificare per risparmiare. Favorire il massimo della digitalizzazione soprattutto nella comunicazione tra i diversi enti ed uffici del medesimo ente, prodigarsi in una proficua semplificazione normativa in modo da snellire le procedure amministrative, pubblicizzare i modelli virtuosi e multare le amministrazione inadempienti; solo così si potrà avere un vero risparmio nei costi e nei tempi, che potrà agire sensibilmente sulla crescita economica delle imprese(si stima che le stesse paghino una tassa occulta del 10% per le spese burocratiche) e potrà essere finalmente d’aiuto alle esigenze delle famiglie italiane.

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