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Diritto di critica | April 21, 2021

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Speciale Siria/2 - Lo scenario: Damasco e la resa dei conti tra i paesi arabi - Diritto di critica

Speciale Siria/2 – Lo scenario: Damasco e la resa dei conti tra i paesi arabi

Di Giovanni Giacalone

Mentre la Siria precipita sempre di più in un baratro di violenza, la popolazione è vittima di terribili atrocità perpetrate dalla furia omicida dell’esercito siriano agli ordini di un Bashir Assad che sembra ritenersi immune da qualunque tipo di intervento internazionale.

Senza dubbio il regime di Bashir non è mai stato un modello di democrazia e diritti umani, come dimostrano anche alcuni rapporti dell’UNHCR; né del resto lo fu suo padre Hafez al-Assad  e basta ricordare il massacro di Hama del 1982, quando le truppe del regime entrarono in città e massacrarono la locale comunità sunnita in rivolta, con un bilancio tra le diecimila e le venticinquemila vittime.  Nel 1980, invece, in seguito a un fallito attentato all’ex presidente Hafez al-Assad, circa un migliaio di prigionieri politici detenuti nella prigione di Tadmor vennero giustiziati e tutto sotto le direttive di Rifaat al-Assad, fratello minore di Hafez. La famiglia Assad insomma non è nuova ai massacri interni.

In questo caso però la situazione sembra di gran lunga più drammatica sia dal punto di vista strettamente siriano che in rapporto alle potenziali ripercussioni sugli equilibri mediorientali: la Siria è un alleato chiave del regime iraniano e un canale indispensabile per l’appoggio e i rifornimenti alle milizie libanesi di Hizbullah; milizie che in più di un’occasione si sono espresse a favore del regime di Damasco.

Nel febbraio 2010 Bashir Assad ospitò il presidente iraniano Ahmedinejad e il leader di Hizbullah, Hassan Nasrallah e fu proprio in quell’occasione che, con una dichiarazione congiunta, i tre sottolinearono i profondi e fraterni legami tra i due paesi. Un legame forse dovuto anche all’appartenenza degli Assad alla setta minoritaria sciita degli alawiti, che compongono però solo il 12% circa della popolazione siriana, dunque in un certo senso si potrebbe parlare di un asse sciita che taglia orizzontalmente il Medio Oriente, dal Golfo Persico al Mediterraneo.

Vi sono poi i vari rapporti in ambito militare come ad esempio quello legato all’addestramento di battaglioni di Guardiani della Rivoluzione Islamica con base a Damasco, oppure l’impegno iraniano a fornire armi alla Siria in cambio di un “pegno” siriano a non entrare in negoziati di pace con Israele.

In effetti i due regimi, per tenere alto il consenso, hanno sempre fatto leva sul “pericolo sionista” che sembra però non essere più sufficiente; infatti secondo alcune fonti, Hamas, da sempre in lotta con Israele e appoggiata anche dall’Iran, sarebbe in procinto di lasciare Damasco nonostante il divieto del regime iraniano che avrebbe addirittura minacciato di sospendere i fondi all’organizzazione palestinese capitanata da Khaled Meshal.

I Fratelli Musulmani dal canto loro, oltre ad accusare Iran, Russia e Cina di appoggiare militarmente Bashir Assad, accusano anche la Lega Araba di coprire i crimini contro l’umanità commessi dal regime.  “E’ chiaro come gli osservatori in Siria cerchino di coprire il regime dandogli la possibilità di uccidere la nostra gente e di spezzare la loro volontà” ha affermato il portavoce della fratellanza Zuahir Salem.[9]

La Lega Araba in realtà aveva già da tempo fatto appello al regime affinchè lasciasse il potere e ponesse fine agli attacchi sistematici contro la popolazione e successivamente e, in seguito ad una riunione tenutasi ieri al Cairo, avrebbe concordato un rafforzamento delle sanzioni verso il regime, un invio di truppe di pace ONU nel paese e l’apertura di tutti i possibili canali con l’opposizione siriana. Per tutta risposta l’Iran avrebbe immediatamente garantito appoggio al regime di Damasco siglando dei nuovi accordi economici, commerciali e militari.

Quello che va delineandosi, dunque, è un vero e proprio braccio di ferro tra paesi della Lega Araba, a maggioranza sunnita, e l’”asse sciita” composto da Iran, Siria e le milizie di Hizbullah.

Le due correnti islamiche, che si separarono a circa metà del VII secolo d.c. per litigi legati alla successione di Maometto, portarono alla scissione (da lì il termine sciismo) dei seguaci di Ali e da allora  sono ai ferri corti. Pakistan, Iraq e Yemen sono ormai da tempo teatro di scontri tra le due fazioni ed ora anche il Libano comincia ad essere preoccupato in quanto la crisi siriana ha portato profonde divergenze di opinione all’interno delle comunità sciite e sunnite del paese dei cedri.

Il “collante anti-israeliano” che fin’ora ha aiutato a tamponare la divergenze interne all’Islam sembra non essere più così solido e se immaginassimo un utopico scenario mediorientale senza Israele, quanto verosimile sarebbe un feroce conflitto tra gruppi sciiti e sunniti per il controllo del territorio mediorientale e magari anche della Terrasanta?