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Diritto di critica | May 18, 2022

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Foto e pianti di bambini contro Busco, l’ultima trovata al processo di via Poma - Diritto di critica

Foto e pianti di bambini contro Busco, l’ultima trovata al processo di via Poma

Un capitolo nero della giustizia italiana, quello che si è celebrato ieri davanti alla I Corte d’Appello nel processo che vede imputato Raniero Busco per l’omicidio di Simonetta Cesaroni il 7 agosto 1990 in via Poma.  Il procuratore generale Cozzella in tre ore di arringa ha cercato di smontare le conclusioni della perizia disposta dalla Corte per far luce sulle cause della morte della ragazza. In particolare, il magistrato dell’accusa ha respinto la tesi che le lesioni riscontrate sul seno sinistro non siano una diretta conseguenza di un morso dell’imputato. Ciò è confermato dal fatto che “le croste ematiche sul seno siano della stessa tipologia rispetto alle altre ferite riscontrate sul cadavere”. L’ecchimosi in questione, alla base della condanna di Busco, non sarebbe precedente a quel 7 agosto, “poiché altrimenti la cicatrice sarebbe stata diversa e facilmente riconoscibile dalla mamma e dalla sorella della vittima. Durante il processo di primo grado è stata messa in discussione l’attribuibilità e non la natura della ferita”.

Simonetta viene indicata, dall’accusa, come vittima di un’unica azione omicidiaria. E qui il procuratore generale Cozzella si lancia in una ricostruzione, dell’ultimo “incontro malinconico” (come lo definisco lo stesso procuratore), suffragata da poche evidenze scientifiche e da molte supposizioni: “Quel 7 agosto era previsto un incontro tra i due, in vista della prossima partenza di Raniero nell’ufficio di via Poma, che per la pubblica accusa non era sconosciuto all’imputato. Qui Simonetta – prosegue Cozzella – chiede di nuovo affetto al fidanzato, lui le salta addosso mordendole il seno. Lei, a causa del dolore, si scansa, ma le resta il segno dello strusciamento. Allora, Busco la colpisce con uno schiaffo al volto che fa cadere Simonetta a terra, priva di sensi. A questo punto, – conclude il pg – l’imputato continua a infierire mettendosi a cavalcioni sopra la ragazza e colpendola con 29 coltellate. Una reazione figlia dell’esasperazione, quella di Busco, causata da una continua richiesta di attenzioni e amore da parte della ragazza. Raniero ha reagito con violenza, così come ha fatto anche in altre occasioni della sua vita”.

Altra questione centrale: l’alibi. Il procuratore sostiene che non è chiaro cosa stesse facendo Busco, quel 7 agosto, tra le 17 e le 19. Non convincono le versioni dei famigliari e degli amici dell’imputato. Cozzella, qualora la corte, presieduta da Mario Lucio D’Andria, non confermasse la condanna, ha sollecitato la riapertura dell’istruttoria disponendo una ‘nuova superperizia’. Non è escluso che la prima Corte d’Assise d’Appello si ritiri in camera di consiglio giovedì prossimo 26 aprile per decidere la sorte di Busco. Lasciano sgomenti alcuni metodi utilizzati dalla difesa, in particolare dal legale di Paola Cesaroni, sorella della vittima. L’avvocato Federica Mondani ha accompagnato il suo intervento con la proiezione di fotografie che riguardavano donne con il volto tumefatto a causa di percosse subite dai loro compagni, oltre a immagini di corpi di donne uccise accompagnate dal pianto di un bambino. Una scelta condannata dallo stesso presidente della Corte, che ha commentato l’iniziativa dicendo “questo si poteva evitare..non è un programma televisivo. Così si potrebbero influenzare i giudici popolari”.

Anche il capo dell’Avvocatura del Campidoglio Andrea Magnanelli (anche il Comune di Roma si era costituito parte civile nel processo, “per espressa richiesta della famiglia Cesaroni”) ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado, con una provvisionale, immediatamente esecutiva, di 100mila euro, destinata a interventi in ambito sociale. Il legale di Raniero Busco Franco Coppi ha respinto in toto le accuse del procuratore generale, dicendo di “non condividere nemmeno una virgola di quanto detto”. In mattinata lo stesso Raniero Busco aveva preceduto l’arringa del procuratore generale, sostenendo ancora una volta la sua innocenza davanti alla Corte. “Non ho mai pensato di farle del male – ha precisato l’ex fidanzato –. Volevo bene a Simonetta, quando ho saputo della sua morte, ho avvertito lo stesso dolore di quando è morto mio padre”.