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Diritto di critica | June 26, 2022

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Le primarie inutili del Pdl, un partito che non esiste (quasi) più

L’ANALISI – Le primarie per esprimere un candidato premier in un partito che stenta ad arrivare al 20% nei sondaggi. Non si tratta del Movimento 5 Stelle ma del Popolo delle Libertà, per cui ogni giorno viene propinata agli italiani la tiritera delle primarie interne al partito, quasi che la formazione politica creata, guidata e ora demolita dal Cavaliere abbia chance concrete di far eleggere il proprio “candidato premier”.

In piedi sul Titanic. Al di là del chiacchiericcio su ipotesi e possibilità, infatti, in un Pdl lacerato dalle lotte intestine e dall’eterno ritorno di Berlusconi, nessuno vuole per ora prendere lo scettro di capitano e affondare insieme alla nave nel naufragio elettorale. I nomi che circolano sono sempre gli stessi. E anche con poca convinzione. Le primarie si faranno, assicurano, ma ad oggi paiono più uno scimmiottare le elezioni interne al centrosinistra piuttosto che un esempio di reale democrazia in salsa alfaniana: tutto troppo in fretta, tutto di plastica.

Come andrà a finire? E poi ci sono le percentuali. Va bene portarsi dietro la storia e il fardello del berlusconismo che fu, ma oggi il Pdl (o chi per lui) rischia di assottigliarsi in modo spaventoso quanto a percentuali, tanto da rendere inutili o quantomeno trascurabili le primarie prossime venture di cui però si continua a fare un gran parlare sui quotidiani. L’impressione è che quella dei media sia più una curiosità morbosa per vedere come andrà a finire piuttosto che una reale volontà di dare copertura mediatica a un evento cardine per la politica nostrana. Ridotto a percentuali inferiori al dato stimato per il Movimento 5 Stelle, infatti, nel Pdl ci si agita per le primarie, senza capire che la caduta potrebbe essere sì rovinosa da renderle del tutto inutili (per quanto nella teoria apprezzabili).

Tutti contro tutti. L’errore, da parte di Silvio Berlusconi, (ormai è evidente) è stato di valutazione: non ha permesso a nessuno dei suoi di emergere, di strutturarsi, di poter guidare il partito. Lo stesso Alfano è stato smentito, depotenziato e blandito più volte, con repentini cambi di dichiarazioni e opinioni da parte del Cav.: una volta è il “figlio”, un’altra è colui che ha portato il partito alla rovina perché non ha saputo “capire la gente”. In un contesto simile, la scelta di un successore è quantomai strumentale se non inutile e tutto rischia di divenire una potente messa in scena ad uso e consumo delle correnti interne che così arriveranno a una resa dei conti. Reucci riottosi di un partitino ormai ridotto all’ombra del passato che fu.