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Diritto di critica | September 17, 2021

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Giustizia, addio pene alternative alla prigione - Diritto di critica

Lavoro socialmente utile ai delinquenti minori, meno detenuti in carcere, multe per reati amministrativi. Il disegno di legge anticarcere è forse l‘ultima spiaggia per risolvere la drammatica situazione penitenziaria italiana. Le prigioni sono sovraffollate: 66mila detenuti per 45mila posti regolamentari, celle stracariche, 60 suicidi soltanto nel 2012. Ma nonostante l’emergenza, il Senato rinuncia al voto: la legge slitta alla prossima legislatura, perché “non c’è tempo” prima di Natale.

Le notizie sullo sciopero della fame e della sete di Marco Pannella fanno il giro dei giornali e delle tv. Il vecchio leader radicale sciopera da 7 giorni, senza cibo né acqua, per motivi ignoti ai più: creare una lista Rosa nel Pugno dove accogliere personalità politiche e della società civile da presentare alle elezioni. Con gli argomenti storici dei Radicali: riforma elettorale, amnistia, giustizia e libertà. Pochi però si rendono conto dell’emergenza che si nasconde dietro gli slogan (oggettivamente usurati) di Pannella: le carceri italiane, scrive Antigone nel suo Dossier annuale, tolgono ai detenuti la dignità civile, sono gravemente carenti nell’igiene e nelle condizioni di salute. Mancano gli spazi minimi, non solo in cella ma anche nelle “sale comuni”, ridotte come a Catania a stanze chiuse troppo piccole per garantire a tutti l’ora “d’aria”. Comunque al chiuso, senza cielo sopra.

Il disegno di legge. Il punto saliente sono le pene alternative al carcere. Nel testo si legge che “la progressiva dilatazione delle sanzioni penali allontana la pena dalla sua natura di extrema ratio”, e di conseguenza “si è persa la capacità preventiva dell’istituzione penale”. Insomma, mandare in carcere non riesce a prevenire i reati. Riesce soltanto a peggiorare le condizioni di vita di chi finisce dietro le sbarre, a pagare anche per reati piccoli un costo umano altissimo. Ecco quindi la sospensione della pena con messa in prova. E’ un sistema già in uso al Tribunale penale dei minori, e consente all’imputato che ne fa richiesta di lavorare per lo Stato in sostituzione della pena. Senza stipendio, ma con il riconoscimento dei diritti lavorativi, quindi in una condizione più civile e socializzante rispetto al carcere. Sempre subordinato ad un periodo di prova.

Il testo prevede anche una razionalizzazione dei reati che prevedono multe o ammende: invece di essere considerati reati, diventano illeciti amministrativi, più rapidi da somministrare anche alle aziende e più facilmente esigibili.

“Sono molto delusa”, ammette il ministro Severino. “La legge aveva amplissimo consenso alla Camera, approvarlo entro la legislatura sarebbe stato un segnale di speranza per i detenuti”. Il testo era già stato approvato il 4 dicembre a Montecitorio, i tantissimi emendamenti non lo avevano snaturato. Ma al Senato c’è da approvare il ddl Stabilità, e subito dopo la riforma forense (incredibilmente ritenuta più importante delle condizioni di vita dei detenuti): e poi se ne riparlerà con il nuovo governo e la nuova Assemblea. Che probabilmente dedicherà più tempo a raccogliere consensi piuttosto che ad occuparsi delle emergenze del Paese.