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Diritto di critica | January 16, 2022

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Modello futuro o caso a sé stante? Cipro terrorizza Europa e mercati - Diritto di critica

ciproCipro forse è salva, ma rischia di rappresentare un precedente pericolosissimo per il futuro dei Paesi europei in difficoltà. Per questo, dopo aver avvalorato l’ipotesi di “un nuovo modello” per altri salvataggi di pari tenore, la Ue si è affrettata a fare marcia indietro, comunicando che Cipro è un caso a parte e il suo salvataggio è una soluzione specifica e non si può estendere ad altri Paesi. Una precisazione doverosa dopo che le borse erano crollate. In particolare quelle di Madrid e Milano, con i titoli bancari in picchiata.

Invece di placare la tempesta, l’idea che coinvolgere i correntisti nelle ristrutturazioni in corso degli istituti in crisi potesse essere un modello da seguire ha creato il panico. In Italia, il timore di una nuova ondata speculativa, già in agguato per le difficoltà a formare un governo, ha portato lo spread a 325, anche grazie alle voci di un nuovo declassamento da parte dell’agenzia di rating Moody’s. Le misure che consentiranno a Cipro di rimanere nell’euro sono drastiche, anche se restano confinate alle due banche principali.

Prelievi forzosi – sembra del 30% ma si parla addirittura del 40% – sui conti correnti superiori a 100 mila euro detenuti dalla Bank of Cyprus (banca principale), mentre per i depositi (sempre superiori a 100mila euro) detenuti dalla Laiki Bank le perdite dipenderanno dall’evolversi del processo di liquidazione. Non si esclude nemmeno il congelamento e la commutazione in titoli di Stato, mentre, quasi sicuramente, gli obbligazionisti e gli azionisti saranno seriamente colpiti dal default dell’istituto di credito.

La Laiki Bank – la banca popolare di Cipro, il secondo istituto di credito del Paese –, infatti, verrà portata al fallimento pilotato, con gli asset ancora buoni trasferiti nella banca principale e quelli negativi incorporati in una sorta di “bad company”. A quanto sembra, tutte le banche cipriote riapriranno solo giovedì – la Bce aveva annunciato che da domani avrebbe cessato l’erogazione dei fondi di emergenza concessi agli istituti tramite la banca centrale – mentre resta la misura del blocco totale dei capitali.

Ma, soprattutto, l’intesa con la Troika verte su una generale ristrutturazione del settore bancario, messa in atto sotto la supervisione di un “pool” di economisti inviati direttamente dall’Ue. Secondo l’olandese Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, finiscono le incertezze su Cipro e sull’euro e “ l’intesa evita la tassa e ristruttura profondamente il settore bancario” cipriota. Verranno affrontati gli squilibri del sistema finanziario, attraverso una “appropriata riduzione del settore bancario che raggiungerà la media europea nel 2018”. Ma non solo, perché, inoltre, – afferma Dijsselbloem – “Cipro s’impegna ad un programma di consolidamento dei conti, riforme e privatizzazioni”. Tradotto significa che il Paese dovrà attuare manovre economiche “lacrime e sangue”, vendere asset pubblici e permettere l’ingresso dei privati in diversi settori. In sintesi, smetterà di assomigliare al paradiso fiscale che ha attratto capitali 5 volte superiori al proprio Pil, grazie a una serie di agevolazioni a tutto vantaggio degli investitori, tipo la tassazione del 10% sui redditi d’impresa e la grande concessione di credito.

Questo l’accordo raggiunto tra il governo di Nicos Anastasiades e la Troika – Commissione Ue, Bce e Fmi -, un’intesa raggiunta a fatica e tra mille tensioni. Migliore delle prime previsioni – scongiurata la tassazione e il prelievo forzoso da tutti i conti correnti sopra i 100 mila euro -, ma non così tanto da far tirare il fiato all’isola mediterranea investita da una crisi senza precedenti che, pur avendo molti padri, è nata a partire da quella greca. Da quando, nei primi anni del Duemila, i greci – euforici per l’entrata nell’euro – investirono pesantemente nell’isola, accendendo mutui e ottenendo grossi prestiti dalle banche cipriote a garanzia dei quali furono messi titoli di Stato poi divenuti carta straccia con conseguente effetto domino.

Al momento, a Cipro manca la liquidità tanto che per i correntisti della Cyprus Bank è possibile ritirare non più di 120 euro al giorno, 100 per quelli della Laiki. Salvare Cipro, in realtà, non sarebbe stato un gran problema. Ma lo è diventato in quanto nuovo simbolo del rigore a cui la Ue, nonostante le critiche, continua ad ispirarsi su forte impulso della Germania. Il messaggio è stato subito chiaro: se un sacrificio va fatto, lo devono fare per primi gli interessati, in questo caso, i cittadini ciprioti. Un discorso che non ammette repliche: se volete i 10 miliardi di aiuti dovete impegnarvi a trovare gli altri 7 necessari. Costi quel che costi.

L’ammorbidimento successivo è stato ottenuto solo dopo aver constatato il terrore dei mercati per il tipo di soluzione e dopo che il presidente Nicos Anastasiades aveva messo sul piatto anche le sue dimissioni, riuscendo alla fine a spuntare il migliore accordo possibile. Come ha ammesso con realismo il ministro delle Finanze cipriota, Michael Sarris: “abbiamo evitato una disastrosa uscita dall’euro e la bancarotta, andiamo incontro a tempi duri per Cipro, ma è il miglior accordo che potessimo fare”. Un compromesso con cui si è comunque cercato di venire incontro a più esigenze. Garantendo e salvaguardando il limite garantito dalla Ue – che anche in Italia è di 100 mila euro –, colpendo i correntisti più ricchi e salvaguardando i piccoli risparmiatori al fine di evitare l’esplosione di forti tensioni sociali.

Colpire sopra i 100 mila euro, inoltre, significa, in larga parte, andare a toccare i tanti cittadini stranieri che hanno i conti depositati nelle due banche principali. E in particolare quanti hanno cercato di sfruttare le vantaggiose condizioni offerte dallo Stato cipriota per sfuggire al fisco di casa propria e per questo non troppo amati nemmeno in patria. Parliamo in primis dei russi – a Cipro sono in 40 mila- , ma anche di inglesi e nord europei, compresi tedeschi e olandesi, che hanno fatto la scelta di portare i capitali nella parte greca dell’isola.

Il salvataggio di Cipro non sarà certo una passeggiata e – anche se non avranno bisogno dell’avallo del Parlamento cipriota – le misure adottate in sede interbancaria segneranno la fine delle ottime condizioni offerte ai capitali stranieri e toglieranno forza ad un settore finanziario arrivato ad espandersi cinque volte più del prodotto interno lordo nazionale. Una strada obbligata anche per l’impraticabilità di strade alternative. Prima fra tutte quella legata ad un prestito in cambio delle concessioni sui giacimenti di gas scoperti a largo delle coste cipriote. Giacimenti immensi che hanno acceso parecchi appetiti, a cominciare da quelli russi e cinesi, ma oggettivamente di difficile spendibilità, considerando che l’area si trova tra la parte greca dell’isola e quella turca e, soprattutto, a 140 miglia dalle coste di Israele.

Resta da chiedersi se, nonostante le rassicurazioni, Cipro non diventi un primo pericolosissimo caso che farà da monito a molti altri Stati. Il caso del prelievo e più in generale quello del coinvolgimento del cliente nel salvataggio della propria banca è da sempre una delle ipotesi ultimative più temute in assoluto. Uno di quei casi capaci di far citare, non senza qualche ragione, un celebre passo dello scrittore e giornalista australiano, Jeff Sparrow: “tutto quello che ci faceva paura del comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretto a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo”.

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