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Diritto di critica | October 27, 2021

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Non si fermano le proteste a Istanbul. Erdogan punisce i giornalisti

turchiaLe autorità turche hanno riaperto nella mattinata di lunedì Gezi Park, nei presso dell’ormai nota piazza Taksim. Nella giornata di sabato il governatore di Istanbul, Huseyin Avni Mutlu, ne ha annunciato la riapertura, aggiungendo che non sarebbero state autorizzate ulteriori proteste a piazza Taksim

Nuove proteste. Mutlu, il quale ha ispezionato il parco assieme al sindaco di Istanbul Kadir Topbaş, ha inoltre affermato che le istituzioni non permetteranno ad alcuno gruppo di appropriarsi del parco per organizzare proteste in quanto il parco è di tutti. Poche ore dopo questa dichiarazione, centinaia di manifestanti si sono radunati in piazza e si sono scontrati con le forze dell’ordine e sono così riapparsi i famigerati lacrimogeni e i gas urticanti, ormai tristemente noti in quanto già utilizzati nei precedenti interventi.

Non solo ecologisti. Tutto ciò dimostra come la tensione sia ancora alta e come i manifestanti non siano ancora per niente soddisfatti delle mosse del governo e di come, al di là delle proteste “ecologiche”, vi siano ben altri fattori quali una aggressiva politica economica di stampo neo-liberista che sta smantellando i quartieri popolari di Istanbul per permettere a imprenditori vicini agli ambienti di governo di costruire palazzi per le élite, spesso grazie anche alla scarsa trasparenza dei documenti di proprietà che non permettono di stabilire con chiarezza a chi appartengono gli immobili.

Una città sventrata. Vi sono poi ulteriori provvedimenti mal digeriti dalla popolazione, come quelli che consentono l’eliminazione degli spazi verdi per far posto a nuovi centri commerciali, e la demolizione del più antico teatro della città che ha suscitato l’indignazione di Hayrunissa Gul, moglie del presidente turco Abdullah Gul. Una chiesa dell’ottocento dovrebbe inoltre essere demolita in quanto di intralcio al piano di rinnovamento di uno dei porti di Istanbul.

La censura turca. Un altro grande problema sono media e giornali, la maggior parte dei quali rigidamente controllati dalle istituzioni tanto che, secondo alcune fonti, il premier sarebbe arrivato al punto di convocare ad Ankara i direttori dei quotidiani per illustrare loro i “confini” da non oltrepassare. Il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha recentemente concluso che nel 2012 la Turchia è risultato essere il paese con più giornalisti arrestati, battendo persino Iran e Cina; un triste primato. Anche le televisioni sono minuziosamente controllate e accusate dai manifestanti di non aver adeguatamente trasmesso immagini e notizie sugli scontri, con l’eccezione di due canali.

Il premier smentito dalle foto. Erdogan ha reagito agli scontri in modo estremamente autoritario: ha definito i manifestanti “una minoranza di scalmanati e di sciacalli”, probabilmente inconsapevole del fatto che nel frattempo foto e filmati facevano il giro del mondo e mostravano una marea di persone; immagini che difficilmente potevano corrispondere alla descrizione fatta dal premier.

Giornalisti perseguitati. Consapevole della pericolosità dei media Erdogan non ha perso tempo e li ha immediatamente attaccati, in particolar modo i social network, definendoli una “maledizione, una versione estrema della menzogna e una spina nel fianco per la società”. Da lì è quindi partita una sistematica persecuzione della polizia nei confronti dei giornalisti e lo sa bene il reporter italiano Daniele Stefanini, arrestato, picchiato e ferito dagli agenti i quali hanno provveduto a sequestrargli tutto il materiale video.

“Danneggiata la reputazione del governo”. Successivamente il premier ha pensato bene di mandare in scena manifestazioni organizzate ad hoc in sostegno del proprio governo, con tanto di pullman che trasportavano i suoi sostenitori nelle piazze. Erdogan era ben consapevole del fatto che le proteste e il brutale intervento delle forze dell’ordine avrebbero seriamente danneggiato la reputazione del suo governo, mettendo a nudo tutta una serie di fattori che, per tante ragioni, è meglio non far uscire fuori dai confini nazionali.

Consensi in calo. Il premier turco deve però fare molta attenzione in quanto la mobilitazione di giugno ha portato in piazza migliaia di persone che hanno aggirato un’opposizione piuttosto inefficace, facendo sentire la propria voce, mobilitando la popolazione in varie parti del paese e con un forte eco a livello internazionale. In aggiunta il partito AKP sembra aver perso quei pochi ma fondamentali consensi da parte di certi ambienti laici.

L’esercito non resterà a guardare. Pur trattandosi di contesti differenti sotto molti punti di vista, è il caso di tener presente la situazione egiziana e trarne un importante insegnamento, ovvero che quando la popolazione scende in piazza è rischioso non ascoltarla. L’esercito turco è sempre stato ritenuto “guardiano” della laicità del paese, nonostante i tentativi di modificarne gli assetti da parte del nuovo governo; per il momento i militari non si sono mossi, ma non è detto che non possa accadere in futuro.

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