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Diritto di critica | August 1, 2021

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Caso Di Cataldo: se bastasse Facebook per condannare un uomo

Caso Di Cataldo: se bastasse Facebook per condannare un uomo

Un po’ di sangue non dimostra nulla. Eppure è bastata un’immagine pubblicata su Facebook per trasformare un cantante in un mostro. Un naso sanguinante e addirittura un presunto feto nel bidet. Il tutto ripreso con un telefonino, sembrerebbe una ventina di giorni fa. Frutto, sostiene Anna Laura Millacci, artista visuale e, oramai, ex compagna di Massimo Di Cataldo, notissimo cantante negli anni novanta, delle percosse del proprio compagno.

Sbatti il mostro su Facebook (e poi in prima pagina). Botte e un aborto, spiega la Millacci rigorosamente su Facebook. E subito ecco levarsi la voce sdegnata di giornali che hanno fatto negli ultimi anni battaglie per leggi sul femminicidio e contro la violenza sulle donne. Poco importa se la notizia sia vera o meno. Poco importa se Massimo Di Cataldo d’improvviso è diventato un mostro senza un processo. Così non sono mancati gli attacchi al cantante, insultato anche per una carriera magnifica svanita quasi nel nulla. “Sei una bestia, oltre ad essere un fallito”, scrive qualcuno su Facebook. Il popolo dei social network ha decretato la sua condanna. Senza sapere, senza conoscere. È bastata una foto. Perché quello che compare sul web per molti è sempre vero.

Tanti, troppi sospetti. Tanti fatti di questa vicenda potrebbero far emergere sospetti e incoerenze. Eppure, nessun organo di stampa ha provato a contattare Massimo Di Cataldo per chiedere la sua versione dei fatti, ad eccezione di SkyTg24. Solo qualche dichiarazione strappata al margine del premio Lunezia. La prima stranezza di tutta questa vicenda è certamente il fatto che una donna che dichiara di aver subito percosse, pubblica su Facebook, con un ritardo di 20 giorni (venti giorni prima Di Cataldo l’avrebbe lasciata), una foto del suo viso rigato da un po’ di sangue e varie foto di un presunto feto abortito. Lei accusa lui di averla picchiata (e non sarebbe la prima volta) e di averle procurato un aborto. Nessun giornalista ha chiesto alla Millacci se esiste un referto medico che provi l’avvenuto aborto e che indichi come possibile causa un trauma da violenza fisica. E come mai il ginecologo che l’avrebbe visitata dopo l’aborto non ha provveduto a segnalare alle autorità competenti il fatto? E perché lei non si è rivolta alla magistratura per denunciare il suo ex compagno? Senza dimenticare, poi, che in quelle immagini non si vedono traumi fisici seri, tali da poter aver indotto un aborto.

Il feto in un quadro? La Millacci, intervistata da Selvaggia Lucarelli, racconta di aver “preso quello che il mio corpo stava espellendo e l’ho messo su un quadro che si chiama Le cose che ho perso”. Una lugubre scelta che, al pari della foto del presunto aborto, delinea un personaggio piuttosto fuori dalle righe. Tra le altre cose, un quadro con lo stesso nome esiste nella collezione della Millacci già dal 2010.

Il corso della giustizia. Le foto ora non sono più su Facebook. La magistratura ha aperto un’inchiesta d’ufficio e Di Cataldo spiega di voler ricorrere a vie legali. Per il momento gli inquirenti hanno convocato la Millacci per un interrogatorio, ma la donna si è resa irreperibile. I magistrati potrebbero nelle prossime ore richiedere i referenti medici e sentire anche i conoscenti e amici della coppia.

La verità, sicuramente, oggi la conoscono solo loro due. A noi non rimane che il compito di riscoprire la presunzione di innocenza e di imparare che fare giornalismo all’epoca dei social network non significa riportare semplicemente parole e immagini ma fare e farsi domande.

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