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Diritto di critica | December 3, 2021

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Siria, anche i curdi resistono agli attacchi jihadisti - Diritto di critica

SIRIAI curdi cacciano i jihadisti dal proprio territorio al confine tra Siria e Turchia. Pesanti scontri sono scoppiati ad inizio settimana in seguito a due attacchi messi a segno dalle brigate jihadiste Jabhat al-Nusra: il primo aveva bersagliato una scuola utilizzata come base dai guerriglieri curdi a Tal Abyad, nella provincia di Raqa; il secondo un convoglio di miliziane curde.

I jihadisti respinti. I jihadisti avevano approfittato dell’inizio di Ramadan per infiltrarsi in territorio curdo e cercare di imporre le proprie leggi shariatiche di stampo integralista. In aggiunta le zone di Tal Abyad e Ras al-Ayn fanno gola per la loro enorme importanza strategica in quanto vicine al confine con la Turchia e dunque ai rifornimenti. I jihadisti non avevano però fatto i conti con la determinazione e l’esperienza dei guerriglieri curdi che nel giro di 24 ore li hanno cacciati da Ras al-Ayn. Secondo il Syrian Observatory for Human Rights i morti tra file di al-Nusra sarebbero una ventina. Nella mattinata di sabato i curdi avevano inoltre catturato Abu Musab, un alto comandante dello Stato Islamico di Iraq e il Levante, rilasciato nella serata di domenica in cambio della liberazione di 300 civili curdi sequestrati dai terroristi islamici come rappresaglia.

Le ostilità da novembre. Le ostilità tra curdi e jihadisti erano iniziate lo scorso novembre sempre nella zona di Ras al-Ayn e in particolare il 22 novembre quando circa 400 guerriglieri curdi si scontrarono con 200 miliziani jihadisti di al-Nusra appoggiati da un centinaio di uomini appartenenti a Ghuraba al-Shams, un gruppo jihadista composto principalmente da turchi e fondato dal predicatore Mahmud al-Aghasi, personaggio controverso e secondo alcuni vicino ai Mukhabarat, i servizi segreti di Assad.

Fuori dai giochi. I curdi erano stati accusati in più occasioni dall’opposizione di badare ai propri interessi, proteggendo le proprie zone ed opponendosi sia all’esercito regolare siriano che alle milizie anti-Assad. Una posizione ritenuta da alcuni all’interno dell’opposizione siriana “anti-rivoluzionaria” ma che in realtà risulta essere prettamente pragmatica. I curdi, che compongono il 15% circa della popolazione siriana, da sempre lottano per una propria autonomia e, a guerra iniziata, erano ben consapevoli dei rischi legati all’infiltrazione di gruppi jihadisti esterni ed estranei al contesto siriano, nonché alla frammentazione interna a un’opposizione dalle molte facce, poco unita e conseguentemente poco incisiva. L’unica strategia attuabile risultava dunque essere quella di prendere le distanze dalle fazioni in lotta e salvaguardare il proprio territorio, anche a causa della delicata situazione in Turchia, con i negoziati in corso tra il PKK e il governo Erdogan.

L’ostacolo alla rivoluzione? I guerriglieri stranieri. Il vero ostacolo alla rivoluzione siriana risulta ormai essere il jihadismo di matrice straniera con i gruppi Jabhat al-Nusra e Stato Islamico di Iraq e Levante che hanno in più occasioni attaccato battaglioni dell’Esercito Libero Siriano, colpevole di essersi opposto alle loro strategie e di non averli consultati, come dimostra l’assassinio di Kamal al-Hamami, alto ufficiale dell’Esercito Libero Siriano, ucciso a metà luglio nel porto di Latakia da membri dello Stato Islamico.

La guerra su due fronti. I ribelli siriani, i quali inizialmente avevano fatto affidamento su al-Nusra per combattere le forze di Assad, si trovano ora a combattere su due fronti, da una parte contro Assad e i suoi alleati libanesi di Hizbullah e dall’altro contro gli estremisti salafiti che cercano di imporre in Siria uno stato islamico, un corpo estraneo ben lontano dal contesto sociale, culturale e religioso siriano che da sempre si basa sulla reciprocità e la tolleranza.

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