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Diritto di critica | September 27, 2021

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Egitto, quello che le tv americane non dicono

Egitto in rivoltaL’Egitto è nel caos, tra venerdì e sabato si sono registrati violenti scontri tra i manifestanti pro-Morsi e le forze di sicurezza che hanno portato alla morte di un’ottantina di persone.

“Democrazia”. Dure condanne da parte della Human Rights Watch, dall’Unione Europea e dall’amministrazione Obama che si dichiara preoccupata per la situazione del paese e invita il governo egiziano a ripristinare la democrazia. Non risulta però chiaro a quale “democrazia” facciano riferimento gli Stati Uniti visto che l’Egitto era ben lontano da tale definizione anche sotto il precedente governo Morsi.

Una Costituzione non democratica. Nonostante i Fratelli Musulmani continuino a parlare di golpe militare e a recriminare il loro diritto a governare in quanto democraticamente eletti, i fatti dicono ben altro considerato che sono stati in molti a denunciare irregolarità durante il processo elettorale che ha portato al governo la Fratellanza, con una maggioranza risicata in un’elezione nella quale ha partecipato solo il 60% dei votanti. Il presidente Obama si è precedentemente espresso con preoccupazione per la sospensione di una Costituzione messa in piedi in gran fretta e che non tutelava minimamente le minoranze e che non teneva conto delle varie sfumature che compongono la società egiziana; una Costituzione – tra l’altro – approvata dal 64% dei votanti in un referendum al quale ha partecipato solo un terzo degli aventi diritto.

Uno scontro politico e non religioso. Molti dei principali media e quotidiani del mainstream anglo-sassone si sono limitati a citare la violenza da parte dell’esercito egiziano nei confronti dei manifestanti pro-Morsi, ma sembrano aver dimenticato alcuni elementi chiave senza i quali si rischia di fornire un’immagine parziale e non veritiera della situazione egiziana. In primis è fondamentale sottolineare che siamo davanti a uno scontro politico e non religioso, come alcuni vorrebbero far credere. I Fratelli Musulmani sono infatti un’organizzazione attiva nel mondo sociale sociale e politico, nata nel 1928, ma non rappresentano in alcun modo l’Islam, tant’è che il suo attuale direttivo è stato più volte criticato dalla stessa al-Azhar, massima autorità religiosa in Egitto. La dichiarazioni del murshid dei Fratelli Musulmani, Muhammad Badie, il quale ha affermato che “la destituzione di Morsi è più grave della distruzione della Kaaba alla Mecca” e la legittimità di sospendere il digiuno di Ramadan per combattere contro gli oppositori di Morsi la dice lunga sulla strumentalizzazione religiosa da parte del direttivo degli Ikhwan.

La violenza, da entrambe le parti. In secondo luogo bisogna considerare attentamente il significato di “violenza”. Gli Ikhwan accusano l’esercito di essere intervenuto con violenza ma dimenticano che sono loro i primi ad aver generato grave instabilità nel paese mettendo in atto un confronto violento, sia verbale che fisico, non contro “l’esercito golpista”, come loro vorrebbero far credere, ma piuttosto contro il popolo egiziano che si è riversato nelle piazze per chiedere la fine di un governo ormai delegittimato e il ricorso a nuove elezioni. Da quando Morsi è stato destituito l’Egitto ha assistito ad attacchi violenti da parte dei filo-Ikhwan, esternazioni violentissime da parte di numerosi leader islamisti che hanno in diverse occasioni incitato alla jihad contro gli oppositori, un’occupazione di Raba al-Adawiyya che ha portato i residenti dei quartieri limitrofi all’esasperazione. Nella giornata di ieri filo-ikhwan hanno attaccato i residenti di Duweiqa e Mansheya ed assaltato il campus di al-Azhar. A Mohandissen altri sostenitori di Morsi sono stati arrestati mentre brandivano coltelli, mazze e armi da fuoco. Domenica a Nasr city gli abitanti hanno duramente contestato il passaggio di alcuni sostenitori di Morsi. I Fratelli Musulmani sono riusciti ad inimicarsi persino gli abitanti dei quartieri popolari, dove prima erano invece forti e sono ormai duramente criticati ovunque.

I Fratelli musulmani? L’investimento degli Usa in Medio Oriente. Dunque per quale motivo gli Stati Uniti continuano a essere tolleranti nei confronti della Fratellanza? Un paese che da sempre si pone come baluardo della democrazia che in questo caso non appoggia la richiesta di elezioni da parte del popolo egiziano? La risposta è pragmatica piuttosto che ideologica. L’amministrazione Obama ha infatti investito moltissimo nei Fratelli Musulmani, sui quali avevano basato tutta la loro strategia in Medio-Oriente: in Tunisia, in Marocco, in Libia anche se con un esito non felice e non è escluso che in Siria gli Usa stiano puntando su un governo filo-Ikhwan. La caduta del governo Morsi in Egitto è una sconfitta dura da digerire per gli Usa i quali sono ben consapevoli dell’importanza strategica del paese.

Un progetto per il Sinai. Subentrano poi le rivelazioni del noto analista di questioni mediorientali, Samir Amin, il quale ha svelato un possibile piano di Obama, Israele e Morsi per vendere il 40% del Sinai, a prezzo stracciato, non alla popolazione palestinese, bensì a ricchi membri palestinesi dei Fratelli Musulmani a Gaza in modo da trasferire gradualmente la popolazione palestinese in Egitto.

Calpestare la volontà popolare. Gli Usa hanno dunque sostenuto Morsi esattamente come sostennero precedentemente Mubarak: quando una carta non può più essere giocata allora la si abbandona e si opta per un’altra. Peccato che la volontà di milioni di egiziani non è minimamente paragonabile a una partita a carte.

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Comments

  1. maged ibrahim

    finalmente un giornalista italiano scrive la verita grazie di cuore

  2. elia pantalei

    Bravi!!!!finalmente un giornalista serio che fa bene il suo mestiere e cioe’ dire la verita!!!!!Grazie!!!!! Bravissimi….

  3. Francesca del Greco

    Questi states, ma che birbanti eh?

  4. andrea@porivertravel.it

    Ottimo articolo, analisi profonda e priva dei calssici luoghi comuni tipici di chi scrive riguardo gli States