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Diritto di critica | May 14, 2021

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Il Truman Show della serie A. Ovvero: retrospettiva del campionato - Diritto di critica

di Matteo Martone

“Ti amo campionato, perché non sei truccato”. Così cantavano Elio e le Storie Tese negli anni novanta, in piena epoca Moggi, quando tutti sapevano quello che poi Calciopoli nel 2006 ha solo confermato. Oggi lo slogan del campionato di serie A è “Il calcio è di chi lo ama”. Il tema dell’amore ritorna, stavolta però con uno scopo pubblicitario e un retrogusto beffardo che chiunque è veramente innamorato del “pallone” non può non sentire.

Ma partiamo dal campo. Quello che una volta era definito il “campionato più bello del mondo” e poi, appurato che di bello era rimasto ben poco, il “più difficile del mondo”, quest’anno ha mostrato una qualità decisamente mediocre. Un paio di dati su tutti: per salvarsi sono stati sufficienti soli 33 punti (altro che la mitologica “quota 40” che gli allenatori delle medio-piccole invocano a inizio anno!) e per trovare un livellamento verso il basso così accentuato bisogna andare indietro fino al campionato 2005/2006; le prime quattro posizioni sono rimaste invariate per la stragrande maggioranza del campionato, con distacchi quasi abissali. Di belle partite, neanche l’ombra. Di storie affascinanti o di squadre che hanno praticato bel calcio, sì, ma sempre con dei limiti evidenti, se si escludono le prime due della classe, la cui cavalcata è stata sorprendente.

Ma se allarghiamo un po’ lo sguardo, passando alle competizioni europee, scopriamo ad esempio che l’ invincibile armata juventina in Champions League ha fatto una figura misera e in Europa League non ha di certo impressionato, venendo eliminata dal primo avversario di rango che si è trovata di fronte. E non parliamo del rendimento europeo delle altre squadre italiane. Questi sono segnali indiscutibili della crisi del calcio italiano e le colpe non vanno individuate solo dentro il campo, ma vanno cercate anche all’esterno, nel sistema pallonaro nostrano che ha esaltato ed esalta la Juventus, non facendo altro che illuderla che il calcio sia quello che si pratica in Italia.

Sembra una sorta di Truman Show, in cui i bianconeri in Italia sono abituati ad affrontare squadre che mostrano quanto meno timore reverenziale nei loro confronti: ne sono fulgidi esempi Corini, allenatore del Chievo, che prima di giocare contro la Juve dichiara: “Ce la giocheremo dalla partita col Catania in poi (dalla partita successiva a quella contro la Juve n.d.r.)” o ancora Spinelli, presidente del Livorno, che invita i propri giocatori a portarsi il pallottoliere contro la Juve (che fine motivatore…) o, per finire, Berardi, giovane promessa del Sassuolo ma di proprietà della Juventus, che per evitare ogni imbarazzo salta entrambe le sfide con i bianconeri rimediando sciocche ammonizioni nei turni precedenti.

Come nel vero Truman Show, però, la realtà è decisamente differente e gli juventini ci si scontrano non appena varcano gli italici confini, incontrando squadre che non hanno timore di giocare e arbitri che non li guardano con occhi differenti rispetto alle altre squadre.

Se volessi cercare altre ombre, potrei poi menzionare la decina (mi tengo basso) di episodi dubbi in favore della Juventus quest’anno (goal in fuorigioco, goal validi degli avversari non convalidati, rigori negati ecc.) ma sarei eccessivo, quindi mi limito a menzionare solo il dato statistico relativo alle squalifiche: Giorgio Chiellini, uno dei giocatori più fallosi e violenti della serie A che riesce a prendere solo 5 (!) cartellini gialli in tutto il campionato (probabilmente sono di più i feriti che ha fatto durante la stagione, in cui non si è fatto mancare ad esempio un perone fratturato a Bergessio del Catania o un calcio in faccia a Mertens del Napoli).

Se poi usciamo dal terreno di gioco, il quadro si fa ancora più triste. I proprietari del calcio, gli innamorati dello slogan di cui sopra, si sono spessi visti privati della possibilità di andare allo stadio e di usufruire di un diritto per cui avevano pagato in anticipo, in ragione di una norma mostruosa come quella della discriminazione territoriale, applicata con una logica talmente discriminatoria da apparire ridicolmente beffarda: qualsiasi coro contro i tifosi del Napoli si è tramutato automaticamente in discriminazione razzista, mentre i cori contro altre città sono stati tollerati o ignorati. E per non farsi mancare nulla abbiamo anche dovuto vedere impuniti dei cori antisemiti o degli striscioni vergognosi contro la tragedia di Superga, di cui quest’anno ricorreva anche il 65mo anniversario. Il risultato? Un clima esasperato in cui Napoli e i napoletani sono diventati sempre più la pietra della discordia.

In questa sede, poi, non voglio entrare nel merito degli episodi drammatici di cronaca legati alla finale di Coppa Italia: per quelli preferisco aspettare che la verità venga accertata e, soprattutto, preferisco rispettare il dolore di chi sta subendo le conseguenze di quella follia. Di certo, però, non posso tacere sulle conseguenze amare tutte interne al mondo dello stadio: vedere una parte della curva della mia squadra, la curva sud romanista, decidere di non tifare per i propri colori, esponendo striscioni filo-fascisti e minacciando chi voleva, come sempre, incitare i propri giocatori, è stato veramente inaccettabile.

In tutto questo i responsabili del calcio italiano continuano a mantenere i propri posti di potere, ricoprendoci della solita valanga di parole vuote e luoghi comuni, improntati al principio del “bisogna cambiare il calcio italiano”, come se le responsabilità fossero di altri e non le loro. In questo gioco pericoloso, poi, sono spesso accompagnati purtroppo da media la cui terzietà o capacità di raccontare i fatti è spesso fortemente discutibile: potremmo partire dalle condanne preventive che alcune televisioni hanno sentenziato in casi molto precisi (sul campo il c.d. “caso Destro”, sui tifosi ad esempio il caso del derby di Genova, spostato d’orario dopo la protesta dei tifosi di entrambe le squadre) tacendo in molti altri, fino ad arrivare all’incapacità di raccontare la realtà che abbiamo visto prima, durante e dopo la finale di Coppa Italia.

Finito il campionato, quindi, a noi poveri tifosi non resta che riversare tutto il nostro amore sulla nazionale italiana, giusto? Anche no, direi. Non vedo motivi per cui dovrei tifare per una squadra guidata con ipocrisia da un commissario tecnico che, in linea con i dirigenti sportivi di cui è espressione, si è auto-assegnato il ruolo di guida morale del calcio italiano, sventolando la bandiera di un incomprensibile “codice etico”, salvo poi applicarlo solo secondo la propria comodità. Come si può tifare per una squadra guidata da un allenatore che sta clamorosamente smentendo se stesso decidendo di non punire, a norma dello sbandierato “codice etico”, un giocatore squalificato per 3 giornate per una gomitata la cui violenza è indiscutibile (eh sì, parliamo di nuovo di Chiellini), dopo aver addirittura anticipato la condanna del giudice sportivo solo poche settimane fa, decidendo di non convocare un altro calciatore, Mattia Destro, punito per un gesto che solo chi non ha mai giocato nemmeno a calcetto con gli amici può ritenere volontariamente violento.

Ma in fondo questo stesso allenatore tempo fa a chi chiedeva che il codice etico fosse applicato anche a quel signore di Balotelli rispondeva che il povero Mario ha solo bisogno di amore. Curioso come ritorni così la categoria ideologica dell’amore, buona per tutte le stagioni (tanta fortuna ha avuto anche in politica, in effetti) e soprattutto facile da vendere, nelle dichiarazioni come negli slogan pubblicitari.

Peccato che chi la usa così a cuor leggero temo non abbia la minima idea di cosa significa amare la propria squadra o amare il calcio; quello lo possono sapere solo i veri tifosi, quelli che magari hanno pensieri simili a quelli che ho espresso qui, oppure che ne hanno di diametralmente opposti, e nonostante tutto tra poco conteranno i giorni che mancano all’inizio della nuova stagione, nutrendosi tutta l’estate di calciomercato e amichevoli.

Perché l’amore è irrazionale, va oltre le critiche logiche che si possono muovere ad un sistema, l’amore vede solo i propri colori, la propria maglia, un goal o una parata e ci fa sentire davvero i fortunati proprietari di un bene così prezioso come la passione per il calcio. Alla faccia di tutti, perché anche quando nella testa ci viene da fischiettare di nuovo “ti amo campionato…” subito dopo ci viene da urlare le parole del nostro inno, ancora una volta, con tutta la voce che abbiamo in gola. E questo, per fortuna, non potrà togliercelo nessuno.

@matteomartone

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