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Diritto di critica | January 16, 2022

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E Gianfranco Fini prepara il ritorno

Gianfranco Fini potrebbe tornare sulla scena politica e farlo in tempi anche piuttosto brevi. Chi lo conosce e ha lavorato con lui, ci mette la mano sul fuoco: “Berlusconi è al capolinea, La Meloni e i suoi hanno miseramente fallito. Vedrete che a breve Gianfranco tenterà di riprendere in mano le redini del centrodestra italiano”. E i segnali di un possibile ritorno di Fini alla guida di un centrodestra tradito di volta in volta da tutti i suoi araldi, ci sono. Al di là dei commenti, infatti, è stato lo stesso Fini a sottolineare due giorni fa che “nel prossimo futuro” sarà “più presente nel dibattito politico” per dar vita a “una destra molto diversa da quella che attualmente c’è”.

E a destra, infatti, di destra c’è rimasto poco. Giorgia Meloni è la vera sconfitta. Il partito che avrebbe dovuto essere l’erede proprio di Alleanza Nazionale è rimasto fuori dalla soglia minima prevista dai meccanismi di voto europei. Sul risultato ha pesato una retorica politica incapace di distinguersi dai leghisti e dai grillini, tutta incentrata su una critica all’Europa fin troppo simile a quanto ascoltato in tutte le sedi da altri partiti: Atreju, insomma, è ridotto a un mite pargoletto inoffensivo. Ma il fallimento della leader di Fratelli d’Italia ha dipeso anche dai candidati: all’ombra della Meloni – volto pulito del partito – c’erano infatti sempre i soliti La Russa. Per non parlare di candidati scelti sulla base di non si sa quali competenze politico-economiche in campo europeo, come l’ex attore della serie “i ragazzi della 3C” ed ex usciere di Forum. Se questi dovevano essere gli eredi del centrodestra italiano, l’operazione è miseramente fallita.

La sconfitta di Silvio Berlusconi, invece, è iniziata con la sua decadenza da senatore. Da quel momento l’ex premier ha iniziato a lanciare messaggi elettorali che sapevano di vecchio, ha riunito un partito che si rivelava antiquato fin dal nome, per non parlare degli esponenti e dei candidati. Il risultato è stata una percentuale che ricorda i tempi migliori della Lega, quando Bossi faceva da stampella proprio a Berlusconi.

Alfano, nemmeno a dirlo, arranca. Avrebbe dovuto rivoluzionare il centrodestra ma – fiaccato da un Renzi pigliatutto – ha fatto appena in tempo a costruirsi una scialuppa per non affondare insieme a Forza Italia. Le possibilità che sia lui a guidare un nuovo centro destra sono pressoché inesistenti, almeno in termini percentuali.

Salvini con le sue felpe è l’unico a potersi dire moderatamente soddisfatto a destra: con una campagna elettorale che ha puntato contro l’Europa per farsi però vicina ai cittadini, la Lega è scesa tra la gente al di là della retorica No euro. Una scelta dai toni forti e accesi, condivisa anche da Roberto Maroni che ha lasciato carta bianca al segretario il cui compito era raccogliere le forze e mettere insieme i cocci.

Altro sopravvissuto, raggomitolato nella martoriata trincea forzista, è Pierferdinando Casini: se avesse corso da solo, avrebbe forse fatto “la fine” di Scelta civica, il leader Udc ha deciso invece di “convergere” nel partito del caro vecchio Silvio, salvo poi – in un domani prossimo venturo – marcare magari di nuovo le differenze dall’ex Cavaliere.

E il vuoto penumatico “oltre il Pd” è stato tale che, di volta in volta, Renzi, Grillo e per certi aspetti Tsipras hanno fatto propri e hanno saputo rilanciare messaggi di politica sociale un tempo appannaggio proprio della destra italiana: sull’Europa, sulla crisi in Italia, sulla famiglia.

A questo scenario, si aggiunga il fallimento di Beppe Grillo: il comico e i suoi convincono sempre meno. La stessa vittoria di Renzi non si è verificata tanto per meriti a sinistra, quanto per l’apprensione che la retorica della distruzione e dell’insulto hanno creato negli italiani. Grillo e i suoi (compresi i vari Messora e Casalino, “guru” della comunicazione e nati dal web), sono stati incapaci di gestire l’emozione dell’elettorato o forse non lo conoscevano abbastanza: questione di preparazione e di consapevolezza delle peculiarità del popolo italiano che non si riduce a un blog.

In questo contesto, Fini può giocare le sue carte migliori ma deve farlo con accortezza. L’errore di Futuro e Libertà – per certi aspetti lo stesso commesso da Alfano con l’NCD – non deve ripetersi. Una sua improvvisa ricomparsa rischierebbe adesso di essere percepita come un voler approfittare della sconfitta altrui: i passi devono essere pochi ed efficaci, da grande vecchio che ha saputo ritirarsi mentre tutti tentavano di arraffare il salvabile. Da Berlusconi a Casini, passando per Lega e Fratelli d’Italia.

E c’è da giurarci: se Fini dovesse tornare, tutti quelli che per anni gli hanno dato del traditore forse adesso tornerebbero da lui. “Perdonaci, in fondo ci siamo voluti bene no?”. Si spera solo che Fini a quel punto li scarichi tutti.

 

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