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Diritto di critica | November 21, 2019

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Il limbo d’Abruzzo, speranze perdute in bianco e nero - Diritto di critica

Il limbo d’Abruzzo, speranze perdute in bianco e nero

Sguardi persi, sogni infranti. Dietro una crepa, sotto le macerie, L’Aquila si è fermata. Da quella notte del 6 aprile 2009 la vita degli aquilani prosegue, ma non è più la stessa. A 48 ore dal sisma 17mila persone erano state trasferite nelle tende e 10mila negli alberghi. Questo è stato solo l’inizio di un percorso tortuoso per la popolazione aquilana, fatto di rinunce e di sacrifici, di abbandoni e prese di coscienza.

Il foto-reportage curato da Flavia Cortonicchi, 25 anni, esposto a Roma in via dei Piceni 5, presso il Laboratorio fotografico Corsetti, racconta quel “limbo” che va dalla chiusura delle tendopoli all’assegnazione dei M.A.P., periodo, per molti, non ancora terminato. In questa fase, alcuni hanno dovuto cercare un luogo alternativo nel quale vivere; qualcuno si è “arrangiato” nei container, qualcuno nelle roulotte, qualcun altro è stato ospite di parenti e amici più fortunati. La Cortonicchi racconta, rigorosamente in bianco e nero, la storia di alcune di queste persone, della quotidianità del dopo terremoto e dei ricordi delle loro case e dei loro paesi distrutti.

“Sono partita per L’Aquila come volontaria con un gruppo di suore vincenzane” racconta la giovane fotografa romana. “Non c’erano molte alternative: o eri della protezione civile o entravi nei campi solo e soltanto in un contesto associativo. Mi sono sentita un po’ limitata ma la voglia di aiutare gli altri ha prevalso”.

Non è stato facile per lei riuscire a fotografare le macerie e la vita nelle tende. “I campi erano militarizzati: non si entrava senza tesserino che veniva rilasciato solo ai volontari”, racconta la Cortonicchi. “In questo modo ho potuto fare alcune fotografie all’interno senza dover chiedere l’autorizzazione. Ma so di altre persone che sono state allontanate dal campo per aver fatto alcune riprese”.

In questa mostra Flavia racconta ciò che è successo tra i terremotati, quando la Protezione civile ha iniziato a chiudere le tendopoli e di conseguenza si sono spenti i riflettori. “Mi sono ritrovata io e pochi altri a narrare quello che succedeva. Per me l’aiuto più grande è arrivato dalle persone aquilane le quali spesso si sentivano abbandonate dallo Stato. È stato anche abbastanza triste vedere come queste persone sono state trattate”.

Ogni fotografia ruota intorno alla “casa”. Come era prima e quello che è poi diventata. Roulotte, tende, macchine e Map. “Il bianco e nero ha una bellezza particolare. Il bianco e nero dà a tutto questo profondità, descrivendo la sofferenza, soprattutto quando il nero risalta sul bianco”. Ma il lavoro non è concluso: “Voglio continuare a raccontare L’Aquila e la ricostruzione”, per raccontare la verità.

Ha collaborato all’intervista Emilio Fabio Torsello