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Diritto di critica | October 21, 2020

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Siria, Washinton arma i ribelli

armi ribelliLa dead line è stata superata, si dice a Washington. Obama avrebbe deciso che il limite al non-intervento è stato superato, anche se l’uso di armi chimiche da parte di Assad non è stato dimostrato definitivamente. Secondo il giornale newyorkese, entro un mese la Cia consegnerà armamenti leggeri e pesanti ai ribelli, tramite la Giordania. Ufficialmente, le armi andranno a “gente fidata” e controllata. In realtà, gli Usa non sanno a chi finiranno le armi e rischiano di armare i propri nemici.

Intervento armato. L’America riprende il passo del combattente per la libertà. Dopo aver tergiversato per mesi, ha infine deciso di entrare a piedi uniti nel conflitto siriano armando direttamente le truppe anti-Assad. In questo si affianca a Londra, che già nel febbraio 2012 aveva inviato addestratori e armi ai ribelli, anche se ufficiosamente: d’altronde, Cameron ha spinto più volte Obama ad intervenire, di fronte alle “prove” dell’uso di armi chimiche da parte di Assad.

Armi chimiche, dove sono? Le prove però sono deboli, o quantomeno controverse. La Russia sostiene che tracce di gas Sarin sono state rilevate sul campo di battaglia vicino ad Aleppo e Homs, ma sarebbe stato utilizzato dai ribelli stessi. Sulla rete circolano sedicenti prove di un fitto scambio di bombe con agenti biochimici, ma i dossier ufficiali divergono. Nonostante questo, e nonostante la reticenza di Obama ad entrare pesantemente in un conflitto ad un passo dall’allargamento regionale, l’America ha deciso di “fare la sua parte” per la guerra.

A chi vanno le armi? La domanda vera, però, è a chi sono destinate le armi di Washington. Il Wall Street Journal cita fonti della Cia e sottolinea che “i gruppi armati saranno di piccole dimensioni e controllati a dovere”. Eppure, l’unica cosa certa della guerra civile siriana è che tutti giocano per sè stessi. La galassia ribelle è divisa in almeno 10 anime diverse: l’Esercito siriano di liberazione sembrerebbe il principale, ma si sta disgregando. Operano con più efficienza i jihadisti del Fronte Al-Nusra, circa 10mila uomini, dichiarati dagli Stati Uniti “terroristi”. Poi ci sono le brigate “etniche”, come i turkmeni e i curdi del nord-est, che combattono (in teoria) per difendere il proprio territorio dal regime di Assad. Abbondano anche i combattenti “stranieri”, provenienti dal Caucaso islamico, e le formazioni sponsorizzate dal Qatar e dai Paesi Arabi del Golfo. Difficile fare una netta distinzione: Washington rischia di armare gli stessi uomini che perseguita, forse anche di far arrivare mitra, carri armati e missili a sostenitori di Bassar Al Assad.

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