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Diritto di critica | October 26, 2021

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Fallimento Busi, le ragioni di un insuccesso - Diritto di critica

Fallimento Busi, le ragioni di un insuccesso

“Tutti i cittadini hanno pari dignità davanti alla legge…” l’incipit del terzo articolo della Costituzione campeggia imponente sulle pareti dello studio di via Teulada. Al centro un grande tavolo di santoriana memoria. Il format non è nuovo: la difesa del cittadino e la denuncia delle ingiustizie subite per mano dei “furbi” poteri forti conosce già esempi piuttosto ingombranti. A capo di tutto c’è lei, Maria Luisa Busi, ex volto storico del Tg1 e ferma sostenitrice del giornalismo al servizio della gente, fuori dalla stretta deformatrice della politica. “Articolo 3” è partito così lo scorso 15 ottobre, tra le molte aspettative di chi confidava nel carisma di una conduttrice divenuta indiscussa paladina della libertà di stampa.

A distanza di neanche un mese dalla prima messa in onda però, arriva il comunicato ufficiale: i vertici della rete hanno sospeso la trasmissione a causa dei deludenti dati Auditel, che non hanno mai superato il 5% di share. “Gli ascolti – ha spiegato il direttore della terza rete, Paolo Ruffini – non ci hanno dato ragione. E’ evidente che nel programma c’è qualcosa che non funziona, che non ha funzionato“. Era stato proprio lui a convocare la giornalista, dopo la rottura con il Tg1, offrendole la conduzione in prima serata. “La televisione é così. Credevo e continuo a credere in un servizio pubblico che si occupi dei diritti dei cittadini e dei consumatori” ha proseguito Ruffini “Considero Maria Luisa Busi una delle migliori risorse professionali della Rai e la ringrazio di aver condiviso con generosità questo progetto di Raitre”.

Raggiunta dall’Ansa, la giornalista ha commentato così lo stop alla sua trasmissione: “Come ha spiegato bene Saviano, è molto difficile fare un programma che affronti i temi dei diritti e delle disuguaglianze in questo paese e in questo momento, coniugando qualità e ascolto, in una serata con una contro-programmazione feroce, in una rete (Raitre) sotto assedio costante”. Di comune accordo con il direttore di rete, la Busi rinuncia quindi a malincuore ad un programma che lei stessa ha definito di “vero servizio pubblico”. L’approdo alla Terza Rete era arrivato lo scorso giugno, in seguito all’abbandono del Tg1: le prese di posizione della giornalista rispetto alla linea editoriale assunta dal direttore Augusto Minzolini l’avevano portata prima a rinunciare alla conduzione dell’edizione delle 20 e poi all’allontanamento definitivo, con una lettera in cui la testata veniva definita non più all’altezza del suo ruolo pubblico in quanto eccessivamente filo-governativa e votata a notizie di basso livello. La Busi accusava inoltre il direttore di “mettere all’angolo” i giornalisti contrari alle sue scelte editoriali.

Le premesse c’erano tutte: un format collaudato; le aspettative spasmodiche del pubblico nei confronti di una giornalista all’apice della sua popolarità, dopo l’aperta condanna del Tg1 a telegiornale “di parte”. Eppure qualcosa non ha funzionato. Colpa probabilmente di una contro-programmazione feroce da parte delle altre reti. Colpa forse di una difficoltà di fondo nel rendere dinamiche più di due ore di trasmissione. Condurre un Tg è cosa ben diversa dal guidare un programma di prima serata. Il rischio di cadere nell’ovvietà, nella noia è certamente molto più alto. E allora in uno studio che si riempie di cittadini arrabbiati, offesi e di autorità pronte a controbattere, seppur palesemente nell’errore, la chiave di tutto potrebbe non essere la difesa estrema della parte danneggiata, ma la capacità di guidare il pubblico verso la via della ragione, sollecitando chi sta adagiato su un divano con il telecomando accanto a trovare la soluzione, a sentirsi indignato, si, ma per opinione propria, non per una condanna già servita.

Gli 8 milioni di italiani inchiodati di fronte alla televisione per il debutto della coppia Fazio-Saviano e il 10% di share medio incassato dall’ultima edizione di Mi manda Rai Tre, per non parlare poi dei numeri di Report, dimostrano come il pubblico non sia stanco o impreparato di fronte a tematiche di impegno civile. Nonostante le continue pressioni politiche quindi, Rai Tre non può definirsi una rete snobbata a priori. Il pubblico vuole e cerca, oggi più che mai, informazione di qualità: il Tg di La7 cresce quotidianamente a discapito delle testate Rai e Mediaset. Le reti di nicchia si rafforzano un po’ alla volta. L’analisi dell’insuccesso deve quindi essere lucida e razionale, capace di comprendere che cosa non ha realmente funzionato: il pubblico o il programma?

Comments

  1. Aurelio 50

    Secondo me è Ruffini che non ha funzionato.

  2. Angy73

    Sicuramente è la conduttrice anche perchè questo programma era molto simile a Mi manda Raitre che ho sempre seguito. A differenza, questo era molto noioso e forse la giornalista pensava che per il solo fatto che si fosse "ribellata" tutti si sarebbero prostrati ai suoi piedi. Hanno fatto bene a chiuderlo!

  3. Arturo

    Forse avete ragione. Ma un programma si indubbio servizio pubblico, che sostituisce altri blasonati programmi, non può essere valutato e liquidato, su una rete nazionale, con la fredda ottica dell'ascolto e dello share.
    Certo c'era qualcosa che non andava. Magari proprio quelli di cui parlate. E non credete che quelli di RAI3, che fanno questo di mestiere, non riescano a capirlo? Non credete che una direzione onesta, vista l'importanza del programma, ed il calibro della conduttrice, avrebbe dovuto tentare di reimpostare la trasmissione, correggendone i difetti (consigliando la conduttrice, reimpostando gli interventi, riarticolando la scaletta, etc.) prima di cestinare malamente il tutto?
    Io credo sinceramente che lo share era la scusa che aspettavano per defenestrare la Busi. Ed è la scusa che avrebbero voluto per chiudere anche Fazio e Saviano.
    Ecco: quella degli ascolti, resta per me solo una banale scusa.