Le tensioni internazionali legate alla crisi in Libia stanno portando numerosi effetti sull’intero scacchiere internazionale. Nel nostro Paese, in particolare, le questioni economiche che legano Roma a Tripoli stanno destando preoccupazione almeno quanto il dramma della repressione nel sangue dei manifestanti, se non di più. Su tutti, l’affare più importante è quello che lega sul gas naturale Italia e Libia, unite dal lavoro e dall’interesse di Eni.
La società energetica ieri ha comunicato la sospensione delle attività in Libia, assicurando che il gesto di tutela dei propri lavoratori e mezzi non avrebbe inciso sul fabbisogno di petrolio e soprattutto gas per la nostra penisola. Il raggiungimento dei picchi di freddo nell’inverno, con la primavera alle porte, ha permesso la temporanea riduzione dell’uso del gasdotto Greenstream senza eccessivi patemi. La realtà è che, anche se i problemi per il regime di Gheddafi fossero cominciati in autunno, i danni non sarebbero stati irreparabili, almeno nel momento attuale. Contrariamente a quanto le dichiarazioni pubbliche di preoccupazione per la nostra dipendenza energetica lasciano intendere, nel gasdotto sottomarino che collega la costa di Mellitah con la stazione siciliana di Gela possono transitare circa 9 miliardi di metri cubi di gas, quasi pari alla produzione nazionale. Secondo i dati del Ministero dello sviluppo economico relativo al bilancio 2010, l’importazione di metano ha coperto circa il 90% del consumo, ma in gran parte grazie ai passaggi di Mazara del Vallo (TP) e Tarvisio (UD), rispettivamente punti di ricezione delle condotte provenienti da Algeria e Russia, i veri giganti che da soli sostengono il 58% del gas consumato.
È facile pensare che l’interesse nel paese in rivolta sia tutto dell’azienda del cane a sei zampe. Il metanodotto Greenstream è parte del Western Libyan Gas Project, un’idea nata negli anni ’70, alla scoperta di giacimenti lungo le coste, e portata avanti nei decenni successivi. Il passaggio dal Mediterraneo all’intera Europa con le partnership dei grandi distributori è da anni in crescita ed è tutelato dalla società italiana, a metà con la partnership della National Oil Corporation (NOC), la società petrolifera di stato libica. All’Eni, insomma, serve la NOC per avere possibilità commerciali nel vecchio continente e per affrontare, in particolare, la russa Gazprom. In Italia l’intera filiera del gas è gestita da Snam Rete Gas, distributore nazionale e unico operatore di rigassificazione sul territorio nazionale, controllata proprio da Eni.
Se si pensa che i progetti di nuovi impianti di gasificazione (da Trieste, a Rovigo, alla Toscana, fino a Puglia, Calabria e Sardegna) sono in continua espansione, l’ennesimo legame tra Stato e la società fondata da Mattei appare molto più che evidente e giustifica qualsiasi tutela operata da tutti i Governi succedutisi nella penisola.