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Diritto di critica | December 3, 2021

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Libia: denuncia uno stupro, arrestata. L'allarme di Amnesty per i diritti umani - Diritto di critica

Libia: denuncia uno stupro, arrestata. L’allarme di Amnesty per i diritti umani

Stuprata dai soldati di Muhammar Gheddafi durante i giorni delle rivolte, aveva avuto il coraggio di denunciare l’accaduto e per questo  era stata accusata di calunnia: è la vicenda di Iman al-Obeidi, donna libica di 26 anni che il 26 marzo scorso, presso un hotel di Tripoli aveva segnalato ai giornalisti la violenza subita da parte di 15 militari leali al Colonnello e che era stata arrestata e citata in giudizio per diffamazione dalle stesse persone che le avevano usato violenza. La denuncia dell’accaduto arriva da Amnesty International che il 28 marzo aveva diffuso un comunicato per chiedere che la donna venisse rilasciata: ora Iman al-Obeidi è libera, ma ancora si teme per la sua incolumità, in quanto le sarebbe stato impedito di lasciare la città di Tripoli. Il suo è soltanto uno dei tanti casi di violazione dei diritti umani che, paradossalmente, lo scoppiare delle rivolte e della guerra hanno permesso di fare emergere.

IL CASO. Iman al-Obeidi era stata trascinata via dalle forze di sicurezza mentre tentava di raccontare dello stupro ai giornalisti della stampa internazionale e per giorni non era stato possibile sapere dove fosse detenuta né se ci fossero dei motivi validi che ne giustificassero l’arresto: i timori delle associazioni per i diritti umani era che fosse sottoposta a pressioni e minacce per costringerla a ritrattare la sua denuncia. Inoltre l’organizzazione WICUR (Women’s Initiative for Citizenship and Universal Rights) aveva denunciato come subito dopo il suo arresto le autorità libiche avessero diffuso volantini che descrivevano Iman al-Obeidi come “ubriaca” e “mentalmente disturbata”. «In Libia ridurre al silenzio chi ha il coraggio di denunciare le violazioni dei diritti umani è un modello ricorrente. – ha dichiarato al riguardo Malcolm Smart, direttore per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International – È ancora più grave che le forze di sicurezza l’abbiano fatto, usando metodi pesanti, nonostante la presenza della stampa internazionale». Un altra nota di Amnesty International del 31 marzo aveva inoltre reso noto che la donna era stata citata in giudizio dalle stesse persone che, secondo la sua denuncia, le avrebbero usato violenza sessuale, con l’accusa di calunnia. Oltre al danno la beffa, dunque.

L’ultimo aggiornamento dell’associazione al 5 aprile tuttavia annuncia che Iman al-Obeidi è stata rilasciata: a confermarlo sarebbero due interviste della donna ad un canale libico, nelle quali lei stessa ha raccontato il prosieguo della vicenda dopo l’arresto. Ha spiegato di essere stata detenuta per tre giorni dalle autorità  e interrogata più volte da agenti del governo, compresi agenti dell’Agenzia per la sicurezza interna ed esterna e membri dell’intelligence generale libica. Soltanto a seguito di questi interrogatori sarebbe stata portata al dipartimento del Pubblico Ministero, che avrebbe promesso di aprire un’inchiesta sulle sue accuse di stupro. La donna ha anche raccontato di essere stata prelevata a forza dalla sua abitazione da uomini armati in borghese – il tutto a rilascio già avvenuto – perché venissero svolte delle “indagini”, per essere poi liberata poco dopo e senza alcuna spiegazione: le autorità le hanno tuttavia impedito di lasciare Tripoli e di recarsi a Tobruk, nella Libia orientale, dove la aspetta la famiglia.

DIRITTI UMANI E CENSURA. Una prassi che purtroppo non risulta nuova: «gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani sono state commesse con totale impunità per gli oltre 40 anni di governo del colonnello Muhammar Gheddafi in Libia. – si legge nella nota di Amnesty International sul tema – Queste violazioni comprendono arresti arbitrari e detenzioni senza processo, sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti, processi iniqui ed esecuzioni extragiudiziali». E se le rivolte, nate dal desiderio di libertà delle giovani generazioni, hanno dato origine di fatto ad una sanguinosa guerra civile tra ribelli e lealisti, hanno anche avuto un effetto positivo: quello di far crollare l’apparato di controllo e censura che Gheddafi aveva istituito nel Paese, permettendo così di far emergere a livello internazionale le violazioni dei diritti umani in Libia. «Prima delle rivolte – spiega Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International a Diritto di Critica – le notizie di quanto avveniva in Libia, sia per quanto riguarda la popolazione civile che ad esempio la condizione dei migranti bloccati nelle carceri del Paese, arrivavano grazie agli attivisti per i diritti umani locali. Adesso invece, tra gli scontri e la guerra, la stampa internazionale è più presente sul territorio: tant’è che Iman al-Obeidi ha denunciato lo stupro proprio ai giornalisti». Ancora più importante sarebbe stato però il venir meno dell’impianto di accordi economici tra le potenze occidentali e Gheddafi nel momento della repressione armata delle rivolte: «gli interessi imprenditoriali degli occidentali in Libia – continua Noury – hanno per anni messo in secondo le violazioni ai diritti umani. Un esempio chiaro è stato il famoso Trattato di Amicizia tra l’Italia e la Libia del 2008».

DISCRIMINAZIONE DI GENERE. La denuncia di Iman al-Obeidi si inserisce in un contesto sociale che tende a penalizzare non chi compie la violenza sessuale, ma chi la subisce. Sono quindi poche le donne che in Libia denunciano gli eventuali stupri, perchè da un lato rischiano che la denuncia cada nel vuoto, e dall’altro  perchè potrebbero subire ritorsioni per un atto – lo stupro – considerato ancora un affronto all’onore familiare. Inoltre potrebbero essere accusate di adulterio e punite per questo con pene corporali come le frustate o con la detenzione per alcuni anni. «Lo stupro, – aggiunge Riccardo Noury – in Libia come in altre culture che tendono a stigmatizzare la sessualità femminile, non è visto come un dramma per chi lo vive, ma come un reato. Come un adulterio. L’Egitto l’ha dimostrato: non basta la caduta o la debolezza di un dittatore per cancellare anni di violazioni». L’ultima missione ufficiale di Amnesty International in Libia, nel maggio 2009, aveva evidenziato come ci fossero ben 32 donne in attesa di condanna per adulterio, mentre sei erano già state condannate. «In questi casi – conclude Noury – è molto difficile sapere se si tratta veramente di adulterio oppure di violenza sessuale subita».

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