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Diritto di critica | August 1, 2021

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Violenza sessuale, «tattica ricorrente nei conflitti armati» - Diritto di critica

Violenza sessuale, «tattica ricorrente nei conflitti armati»

La violenza più brutale, offensiva ed economica: abbastanza per rimarcare il proprio potere, per minacciare, per subordinare i civili o costringerli a fuggire. E per distruggere la vita di persone che già si trovano a sopportare quel lato della guerra al quale i politici internazionali difficilmente pensano, quello fatto di sangue, di fame, di sofferenza. E’ lo stupro sistematico una delle armi preferite in molti conflitti armati nel mondo: a confermarlo sono le Nazioni Unite in una nota di venerdì del segretario generale Margot Wallstrom, che in una dichiarazione rilasciata al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha sottolineato come «la violenza sessuale sia diventata una tattica ricorrente nei gruppi armati, essendo più economica, distruttiva e più difficilmente punibile di altri metodi bellici».

IL CASO LIBICO. A riportare alla luce un dramma che spesso rimane nascosto nelle pieghe degli sviluppi geopolitici dei conflitti erano state le diverse denunce dalla Libia: non solo la storia di Iman Al-Obeidi – avvocatessa di 30 anni che aveva raccontato alla stampa internazionale lo stupro subito dai soldati di Gheddafi –  ma anche le testimonianze raccolte da Save the Children ed altre organizzazioni per i diritti umani, secondo le quali le violenze dei soldati e mercenari del colonnello oltre che sulle donne e ragazze si sono rivolte anche ai bambini. Le denunce dalla Libia – tra cui i casi raccolti dalla psicologa Siham Sergewa nei campi profughi al confine con Tunisia ed Egitto – hanno inoltre raccontato di soldati imbottiti di droga o viagra, ai quali era stato espressamente ordinato di utilizzare lo stupro per “sottomettere e offendere le città stesse”: non atti impulsivi sulla scia di un clima di caos e impunità generalizzato, dunque, ma vere e proprie violenze pianificate.

IL CONGO. Ma l’utilizzo della violenza sessuale come arma di guerra e di sottomissione non si limita purtroppo alla Libia né ai soli gruppi armati e di guerriglia locali: secondo i dati in mano alle Nazioni Unite, ad esempio, in Congo sarebbero state stuprate almeno 200 mila donne e ragazze. Eppure le stime non ufficiali parlano di un numero che potrebbe essere almeno 20 volte superiore e che comprenderebbe anche i casi di violenza praticati dai soldati delle forze di peacekeeping dell’Onu attivi nel Paese (conosciuti con la sigla Monuc) e denunciati da diverse ong e da Human Rights Watch in un rapporto del 2005: «i posti in cui sono accaduti i peggiori episodi di violenze sessuali – ha sottolineato Jane Rasmussen, responsabile di Hrw in Congo, – sono gli stessi da cui abbiamo ricevuto le denunce peggiori sul comportamento dei peacekeepers» Una pratica standardizzata che le Nazioni Unite avevano condannato fermamente: «vi è un modulo di sfruttamento sessuale praticato dai peacekeepers che è del tutto contrario agli standard fissati dal Dipartimento per le operazioni di peacekeeping».

NEL MONDO. Anche in gran parte degli altri Paesi recentemente interessati da conflitti armati le organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno rilevato l’utilizzo sistematico di questa pratica come strumento di terrore per punire ed umiliare i civili e distruggere comunità o determinati gruppi etnici: tra di essi, ex Yugoslavia, Ruanda, Sierra Leone, Liberia, Colombia, Haiti, Myanmar, Iraq e Afghanistan. Una situazione drammatica che aveva spinto anche Patrick Cammaert, ex comandante delle forze di peacekeeping dell’Onu, a pronunciare la celebre frase «in guerra oggi è più pericoloso essere una donna che un soldato». Nei 14 anni della guerra civile liberiana, ad esempio, il 40% delle donne avrebbe subito violenze e molte di loro portano ancora i segni fisici e psicologici dell’accaduto oppure sono state allontanate dalla loro comunità.

LA RISOLUZIONE ONU. Nel giugno 2008 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva approvato  al riguardo la risoluzione 1820, che identificava lo stupro non come effetto collaterale della guerra ma come vera e propria tattica bellica e che minacciava azioni dinnanzi alla corte penale dell’Aja contro i responsabili di quello che diventava così un vero e proprio crimine. La squadra della Wallstrom sta ora stilando una lista nera di “nomi e vergogna”, ovvero di quegli Stati che potrebbero essere soggetti alle sanzioni del Consiglio di Sicurezza in base alla risoluzione per l’utilizzo dello stupro come arma sistematica. «La violenza contro le donne – ha affermato ancora Margot Wallostrom – non è più ammissibile in tempi di guerra come non lo è in tempi di pace. Eppure ancora, nei conflitti contemporanei, donne e ragazze sono gli obiettivi principali della violenza sessuale». Una situazione drammatica a cui spesso si aggiunge anche la stigmatizzazione sociale nei confronti di quelle donne che hanno subito l’abuso, che quindi tendono a non denunciare l’accaduto perché non è loro garantita una protezione adeguata: «in Libia ad esempio – ha aggiunto la Wallstrom – molto spesso le donne violentate possono essere accusate di adulterio. In Sudan può essere ancora permessa la lapidazione in casi simili. Se questi sono i rischi che le donne corrono in queste situazioni – ha concluso – non si otterranno mai rapporti esaurienti sul problema per poterlo combattere in modo efficace».