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Diritto di critica | July 30, 2021

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La lotta dimenticata dei Mapuche di Patagonia, soli contro le multinazionali - Diritto di critica

La lotta dimenticata dei Mapuche di Patagonia, soli contro le multinazionali

Il significato del loro nome è “popolo della terra”, ma da secoli i Mapuche lottano per vedere riconosciuto il territorio dei propri antenati. Abitanti da sempre della parte meridionale del Sud America, veri figli di quella terra unica e disarmante quale è la Patagonia, i Mapuche subiscono l’occupazione delle loro pianure già dalla fine dell’Ottocento, quando il governo argentino vendette a dei privati intere aree della provincia.

Ma la battaglia per i diritti e la salvaguardia della civiltà Mapuche si scatena a partire dagli anni Novanta, quando il pascolo brado e la ferrovia lasciano il posto a spregiudicati proprietari terrieri e multinazionali che costruiscono e recintano ovunque.

Tra coloro che fagocitano quelle stesse terre coltivate da secoli dai Mapuche troviamo uomini ricchi come il magnate della comunicazione Ted Turner, il milionario inglese Joe Lewis, compagnie petrolifere e minerarie, e soprattutto il colosso dell’abbigliamento italiano Benetton.

La casa di moda veneta è diventata il nemico numero uno per i popoli indigeni, e nonostante nel nostro Paese l’informazione su questa vicenda sia perlomeno scarsa, lo scontro tra Mapuche e il gruppo Benetton prosegue a colpi di sfratti, sentenze e ricorsi in tribunale.

La guerra è ideologica, economica, e inevitabile. Da una parte un’etnia che predica la spiritualità e il legame ancestrale con il suolo (“Noi sappiamo di appartenere alla Terra, c’è chi crede che la terra gli appartenga”, affermano gli amerindi); dall’altra un’azienda che agli inizi degli anni Duemila è arrivata a possedere oltre 900 mila ettari di terreno, in cui pascolano 300 mila pecore, produttrici di 6 mila tonnellate di lana.

La promessa di tutelare le comunità locali e la costruzione di un museo sui popoli indigeni non ha certamente comprato l’accondiscendenza dei Mapuche, il cui simbolo della protesta è Rosa Nahuelquir, una contadina che con il marito Atilio Curiñanco nel 2002 si è rimpossessata della zona di Leleque, nella provincia del Chubut.

Seguendo l’esempio della “Pasionaria dei Mapuche”, decine di altre famiglie sono tornate nei luoghi degli antenati. Dopo un primo sfratto, la comunità, il cui caso è stato seguito anche dai media, è rientrata a Laleque nel 2007. E ora è parte civile nel processo contro i Benetton. Inutili i tentativi di conciliazione, tra i quali l’offerta del colosso italiano ai Mapuche di un lotto di terra fuori dalla Patagonia, rivelatosi poi arido e improduttivo.

Il governo argentino ha proposto la primavera scorsa un progetto di legge per limitare l’acquisizione di terre da parte degli stranieri, ma a marzo è arrivata una doccia gelata: un tribunale della Patagonia argentina ha disposto lo sgombero di 534 ettari della comunità, dando ragione al gruppo Benetton.

I Mapuche non si arrendono, e attendono l’esito del ricorso presentato dai loro avvocati. I legali degli amerindi contestano infatti il mancato rispetto della legge indigena (riconosciuta in Argentina) e l’utilizzo, durante il processo, dei soli testimoni portati dalla difesa dei Benetton.

Oggi i Mapuche sono circa un milione, divisi tra Argentina e Cile. Quelli che restano in Patagonia cercano di sopravvivere in una fascia di terra sempre più stretta e scarsa di fonti d’acqua, molti altri hanno ingrossato le fila dei poveri che abitano le periferie di città come Santiago del Cile. L’arrivo della democrazia, in Argentina prima e negli anni Ottanta in Cile, non ha migliorato la situazione del popolo Mapuche, che attende una risposta sulle terre e lotta ancora, aiutato da associazioni e gruppi solidali, contro le discriminazioni e le lobby del potere: «Siamo stanchi – ha fatto sapere la Comunità di Laleque sul web – di giudici senza dignità, corrotti, e che proteggono i proprietari terrieri e le multinazionali».

La vicenda pare infinita, dunque, e assai familiare ad altre situazioni nel mondo, ogni volta che l’eterno scontro tra tradizione e modernità finisce con l’emergere in superficie.

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