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Diritto di critica | May 16, 2024

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Un nobel seduto su una polveriera: la Liberia al voto - Diritto di critica

Un nobel seduto su una polveriera: la Liberia al voto

Scritto per noi da Virgilio Bartolucci

 

Oggi la Liberia va al voto. Uno dei paesi più martoriati dell’ovest dell’Africa si prepara ad andare per la seconda volta alle urne dopo l’esilio di Charles Taylor e 14  anni di conflitto. La speranza è quella di mettere un altro pezzo di strada tra la rinascita democratica e la galleria degli orrori di una crudele guerra civile costata 200 mila vittime, lo stupro legalizzato di centinaia di migliaia di donne e la tragedia dei bambini soldato usati dai war lords.

Martedì, Ellen Johnson- Sirleaf, la prima donna della storia eletta alla guida di uno stato africano, tenta la  riconferma. Forte di un premio Nobel per la Pace, che ritirerà a dicembre, assieme alla connazionale Leyman Gbowee e alla yemenita Tawakul Karman, si gioca la possibilità di proseguire la sua missione: provare a cambiare il volto del Paese. Nonostante il prestigioso riconoscimento, la sua vittoria non è scontata.

All’interno delle urne la Liberia, la terra della libertà, deve scommettere contro il suo tetro passato sperando che non torni a galla ancora una volta. Una storia incredibile quella della Liberia, a cui il grande inviato polacco, Ryszard Kapuscinski, ha  dedicato pagine indelebili. Una terra che nei primi anni ’20 del 1800 venne scelta da una società filantropica statunitense per far nascere uno Stato di ex schiavi americani. La pretesa ideologica era quella di permettere il ricongiungimento tra i nativi e gli americo-liberiani, un ritorno a casa che avrebbe permesso ai secondi di unirsi in un abbraccio di pace e prosperità con i locali. I fratelli dell’Africa nera da cui centinaia di anni prima erano stati separati. Un risarcimento a posteriori per la tratta di esseri umani e allo stesso tempo il miglior antidoto alla cittadinanza che gli Stati del sud temevano di dovere  prima o poi riconoscere. Ma l’abbaglio apparve  subito  evidente: molti dei neri americani non avevano alcuna voglia di trasferirsi in Africa, si sentivano americani e questa condizione venne  fuori quasi immediatamente. La bandiera della Liberia ha una sola stella e le strisce come quella statunitense. Monrovia, la capitale, è chiamata così in onore del Presidente degli Stati Uniti, James Monroe, e venne eretta sul modello di una cittadina degli Stati del sud. Identica fu anche la  stratificazione della società, che gli ex schiavi posero in essere. Un’elite americo-liberiana (così venne ribattezzata) deteneva il potere, occupando i territori vicino alla costa e relegando nell’interno le popolazioni del  luogo, costrette a una vita di stenti in un ambiente ostile.

Nonostante  il caldo, la classe dirigente non dimenticava di indossare i guanti bianchi per marcare, a dispetto del colore della pelle, una differenza di razza, oltre che di ceto. Agli occhi degli americo-liberiani, infatti, gli autoctoni non erano altro che selvaggi da sottomettere, tutt’al più da utilizzare nel lavoro. La pratica della schiavitù – per quanto possa sembrare paradossale in uno Stato creato da ex schiavi – fu uno dei tratti distintivi della Liberia, tanto da attirare la condanna dell’opinione pubblica internazionale. Fino agli anni ’70 la piccola minoranza proveniente dagli Stati Uniti detenne il potere. Negli anni ’60 del secolo scorso, sotto la lunga guida (1944-1971) del pittoresco William Tubman, la Liberia arrivò ad una certa prosperità, grazie ad una politica strettamente filoamericana e al commercio del caucciù.

Pur essendo un conservatore, Tubman cercò di mettere in atto delle riforme e nei primi anni ’50, estese ai nativi il diritto di voto. Lentamente dalla foresta le tribù iniziarono a entrare nel cuore del paese e a gonfiare sempre di più i ranghi dell’esercito. Alla morte del presidente e con il cambio imposto alle relazioni internazionali dal nuovo premier, William Tolbert, le tensioni sociali che covavano da tempo esplosero definitivamente. Una politica che si allontanava pericolosamente dagli Stati Uniti, la corruzione dilagante e l’aumento del prezzo del riso, l’alimento principe della popolazione, crearono i presupposti per il colpo di Stato militare. A metterlo in atto fu un sottufficiale proveniente dalla tribù dei Krahn, Samuel Doe. Era il  1980 quando Doe, probabilmente favorito dalla Cia, pentrò nel palazzo lasciato sguarnito dalla scorta e con un manipolo di uomini uccise il presidente Tolbert nel suo letto. Poi fece fucilare sulla spiaggia davanti a centinaia di persone 13 ministri del vecchio governo, mettendo fine ad un dominio dell’elite americo-liberiana durato 133 anni.

In quanto parte integrante della  classe dirigente ed ex ministro delle finanze del passato esecutivo, l’attuale presidente venne perseguitata dal regime di Doe, che per due volte la fece incarcerare. Per tutta risposta, Ellen Johnson- Sirleaf sostenne il sanguinario Charles Taylor, il signore della guerra che diede vita alla lotta contro Doe, prima di essere esiliato nel 2003. Oggi l’economia del Paese è al collasso, la povertà è la condizione normale e la disoccupazione supera l’80%. La vicinanza al sanguinario Taylor, che, in un secondo momento, non esitò a tentare di chiuderle la bocca, rimane uno dei punti su cui i detrattori basano le loro critiche al Nobel per la Pace ricevuto dalla “lady di ferro”, come viene soprannominata paragonandola a Margareth Tatcher.

Un altro punto che vede crescere gli scontenti è la lotta alla corruzione, contro cui la presidente non avrebbe fatto molto. Lei la ritiene endemica e difficile da combattere sul breve periodo. A meno di non silurare un ministro dopo l’altro e la quasi totalità dell’establishment. Nonostante le critiche, Ellen Johnson Sirleaf resta molto popolare nel Paese. Picchiata e maltrattata da un marito violento, avversata e combattuta dai regimi militari, ha studiato economia all’estero ed ha lavorato alle Nazioni Unite e alla Banca Mondiale. Il suo più grande successo economico è stato l’abbattimento di una fetta considerevole del debito del suo Paese, e l’appalto concesso alla Chevron dei pozzi di petrolio scoperto nel mare liberiano. Assieme all’altra premiata, l’attivista Leyman Gbowee – che ha giocato un ruolo fondamentale nella sua affermazione, organizzando manifestazioni di donne contro la guerra e la violenza, tra cui lo sciopero del sesso – , si è  battuta per la dignità delle donne liberiane, contro le violenze e gli stupri generalizzati praticati durante la guerra civile.

Il prestigio dei due premi Nobel liberiani potrebbero pesare molto sul voto, almeno questa è la speranza dell’ONU e di quanti nel paese sognano il ritorno a di investitori esteri e, più semplicemente, di una vita normale. Ma ripetersi non è semplice e la Liberia è seduta su una polveriera. Dopo il successo del 2005, ottenuto contro il campione di calcio ed ex stella del Milan,  George Weah, questa volta, la “nonna d’Africa” potrebbe incontrare delle difficoltà.

Per capire il significato politico del Nobel per la Pace, basta andare a vedere chi figura tra i 15 candidati alle presidenziali. Il più accreditato è Winston Tubman, si tratta del  nipote dell’ex presidente ritenuto il “padre della Liberia moderna”. Ma Tubman è stato anche il ministro della Giustizia del dittatore Samuel Doe. Ma la Johnson Sirleaf dovrà vedersela anche contro Prince Johnson, l’altro spietato war lord, oggi senatore. Si tratta dell’uomo che mise le mani su Samuel Doe e fece filmare la fine del dittatore. Una ripresa raccapricciante, andata a ruba a Monrovia, in cui si vede Doe, che prima di venire ucciso barbaramente subisce l’amputazione delle orecchie, mentre l’attuale candidato presidente beve tranquillamente una birra.

La  morte di Doe, nel 1990, ha segnato l’inizio di una seconda guerra civile ancora più feroce.  La notizia che un pezzo da novanta dell’ex regime e il semi-analfabeta Johnson, correranno per diventare premier, appare tutt’altro che tranquillizzante.

Nel Paese gira una  voce allarmante, che invita i cittadini a stare in guardia e a procurarsi delle scorte di cibo. Nel post elezioni, se il verdetto delle urne si rivelasse sfavorevole – magari dopo che i caschi blu avranno abbandonato il paese -, le bande di Johnson sono descritte come pronte a scatenarsi, mentre i seguaci di Doe e Taylor potrebbero tornare a sognare una rivincita.

Succede anche questo nella Liberia che Ellen Johnson Sirleaf vorrebbe cambiare. Il  timore è  che il cambiamento arrivi troppo lentamente rispetto alla velocità  con cui la tensione è  tornata a salire.

La  guerra civile generalizzata, il caos e la violenza, eletti a normalità, hanno cresciuto generazioni di giovani e bambini, costretti ad unirsi alle milizie dei war lord, ricevendo in cambio un kalashnikov e droga. Uno per procurarsi cibo e bottino, l’altro per annullare la pietà.

Ora, il plotone di coloro che non hanno più nulla da perdere torna ad affilare le armi e sognare una nuova stagione di vendette. A Monrovia i cartelloni elettorali raffigurano Ellen Johnson Sirleaf con il cappello da pilota di aviazione, il simbolo del Partito e la scritta: «non cambiate pilota se l’aereo non è ancora atterrato».

Anche il mondo si augura che oggi la Liberia non voglia cambiare pilota, come se sapesse, in cuor suo,  che il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.