Troppo lavoro uccide? No, è causa di licenziamento

Di certo potrebbe far gola a molte aziende un dipendente produttivo, stakanovista, che percepisce lo stesso stipendio indipendentemente dall’impegno profuso e dall’obiettivo raggiunto. Non tutti però, la pensano così. Anzi, tra i motivi tradizionali, causa di licenziamento (ritardi sul luogo di lavoro, comportamento poco professionale), ora possiamo annoverare anche il ‘troppo lavoro’. Nel gennaio del 2010, Sharon Smiley, assunta come receptionist e assistente in amministrazione in una società immobiliare di Chicago, lavorava senza tregua a un progetto assegnatole dal suo manager. Anche durante la pausa pranzo. Il problema, secondo l’azienda, era che in quanto receptionist la donna avrebbe dovuto tenere un comportamento più professionale, evitando di mangiare davanti ai clienti.

La signora Smiley non solo ha perso il lavoro per ‘giusta causa’, ma le è stata anche negata l’indennità di disoccupazione. La scorsa settimana, al termine di un procedimento giudiziario (citato l’ex datore di lavoro), una corte d’appello dell’Illinois ha stabilito che non poteva essere negata l’indennità di disoccupazione perché la donna non si era macchiata di una condotta particolarmente grave, causa del licenziamento.
Fin dal 2004, il New York Times aveva denunciato casi di prestazioni lavorative al di fuori dell’orario consentito. Le aziende costringevano i dipendenti a lavorare più ore, mantenendo invariata la paga. Sono stati diverse le cause intentate contro diverse compagnie telefoniche: a cominciare dalla T-Mobile, costretta poi a pagare milioni di dollari di risarcimento dopo che il Dipartimento del Lavoro statunitense appurò che circa 20mila operatori di call center svolgevano turni più lunghi rispetto ai contratti stipulati.

Dopo la valanga di ricorsi, le aziende ha iniziato a proibire ai dipendenti di lavorare fuori dall’orario consentito.
Lo scorso anno, la catena di distribuzione statunitense Target ha licenziato uno dei suoi manager per aver lavorato troppo: l’uomo si occupava della selezione del personale e di problematiche in ambito amministrativo durante la sua pausa pranzo.
Molti dipendenti negli Stati Uniti, oggi, sono in difficoltà quando si trovano a rispondere alle esigenze contrastanti delle aziende: le imprese vogliono, dapprima, che il lavoro sia ben fatto; non vogliono pagare gli straordinari e sono terrorizzate dalle cause intentate dagli ex dipendenti.

Di Alessandro Proietti

romano, 28 anni, è giornalista professionista, iscritto all'Ordine dei giornalisti del Lazio. Mi sono laureato in editoria, comunicazione multimediale e giornalismo alla Sapienza. Ho collaborato con le redazioni “All News” e “Sport” di Radio Rai, con l’emittente televisiva 7 Gold. Nel 2007 ho conseguito un diploma di “Cinema e televisione” presso l’Ucla di Los Angeles. Ho collaborato, inoltre, con l’Agi nelle redazioni “Nazionale”, “Esteri” e “Olimpiadi 2008”. Nel 2009 ho fatto uno stage alla redazione romana della Gazzetta dello Sport e nel 2010 uno stage nella redazione giornalistica di RDS. Ho conseguito un diploma di “Dizione e fonetica”, con il doppiatore Rai Alberto Lori. Ho partecipato ai seminari di formazione annuali, nel 2008 e 2009, organizzati dalla Comunità di Capodarco e dall’agenzia Redattore sociale. Ho preso parte al seminario “Mass media, salute e Migrazioni”, presso l’ospedale Bambin Gesù. Mi interesso di sport, cronaca nera, cinema e sociale.

2 commenti

  1.  Le incongruenze di oggi…! Chi lavora troppo viene licenziato e chi è
    disoccupato promette di  pulire anche i “cessi” pur di lavorare!

I commenti sono chiusi.