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Diritto di critica | May 13, 2021

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La Thatcher di ferro, storia di una donna che conquistò il potere - Diritto di critica

La Thatcher di ferro, storia di una donna che conquistò il potere

“I’m a Prime Minister!”, l’esclamazione è a metà tra la rivendicazione e l’incredulità, e la metamorfosi è compiuta: Meryl Streep, a un passo dall’Oscar per l’interpretazione superba sfoggiata in The Iron Lady, incarna talmente alla perfezione Margareth Thatcher da farci dimenticare che dietro quel trucco e quella finzione, c’è lei, l’attrice più famosa d’America.

È la scena clou del film diretto da Phyllida Lloyd, perché da lì comincia il declino politico dell’ex leader conservatore più importante della storia inglese, e la Lady di Ferro, come la definirono i russi per la sua ferma battaglia contro il comunismo, prende coscienza del fatto che ad uno ad uno i suoi ministri le stanno voltando le spalle. Il partito guidato per trent’anni e che l’aveva condotta ad abitare il numero 10 di Downing Street, non si riconosce più nella sua linea politica ormai quasi vicina all’autarchia.

“Quando è stata eletta primo ministro, la prima donna in Occidente a capo di un Governo, sono stata felice” , ricorda l’attrice in una delle interviste rilasciate all’uscita del film, “eppure l’avevo sempre giudicata male: pensavo, è amica di Reagan, indossa abiti strani, è conservatrice: non mi interessa!”. Eppure, l’influenza di una storia come quella di Margareth Thatcher, al di là delle considerazioni politiche, è stata fondamentale: la considerazione e l’opportunità delle donne al potere, prima di allora, era molto limitata. Nulla a che fare con le rivendicazioni femministe – con le quali, peraltro, la signora Thatcher non fu affatto ‘alleata’ – ; piuttosto un capovolgimento delle tradizioni, nelle rigorosissima patria di Sua Maestà. “Non si può fare a meno di pensare”, prosegue la Streep “che tutto è cambiato radicalmente nel mondo, grazie a quel passo in avanti compiuto da lei, perché lei ha ricoperto quel ruolo. A quel tempo le donne potevano fare le insegnanti, o le infermiere. O le prostitute. Quanto alle attrici…era la stessa situazione”.

E davvero in The Iron Lady, nella sequenza che segue l’ingresso della Thatcher in Parlamento per la prima volta, il colpo d’occhio è impressionante, e rende bene l’idea: unico punto d’azzurro del suo cappellino in perfetto stile british, in mezzo ad una mare di copricapi scuri da uomo; o le sue decolletees bianche e nere, tra le stringate maschili classiche, nell’inquadratura successiva. Amata e odiata, applaudita e contestata, tutt’ora è uno dei personaggi più controversi della storia della Gran Bretagna: la sua scena ha dominato gli anni Ottanta, in Europa e oltreoceano, ridisegnando gli equilibri del mondo. Il biopic della Lloyd, contestatissimo proprio in Inghilterra, miete consensi in tutto il mondo per l’interpretazione magistrale di Meryl Streep: un ruolo che ricopre 40 anni di vita di un personaggio, dagli inizi di una carriera politica memorabile fino alla vecchiaia, al ritiro dalla scena pubblica, alle prese con la malattia e la solitudine.

“È stata una meravigliosa opportunità, una sfida incredibile. Di solito il cinema ti colloca in un periodo specifico, ma questo film ti consente di guardare al passato di una vita intera, intensamente vissuta”. L’attrice 62enne spiega con convinzione che The Iron Lady non è un film politico, semmai un film sul potere: il racconto filmico si snoda sui tre giorni della vita dell’ormai anziana signora, nella sua casa londinese di Chester Square, fragile, afflitta dai ricordi del passato, il ricordo del marito ormai defunto, le allucinazioni che glielo fanno sentire e vedere ancora accanto. I fantasmi del tempo andato, i disagi della malattia, la mostrano così come forse è ora, essere umano come gli altri: grazie ai continui flashback, sullo schermo scorrono momenti di una vita intera, divisa tra impegni pubblici e famiglia. L’ingresso a Downing Street, la guerra delle Falkland, gli attentati dell’Ira, le profonde tensioni sociali che attraversarono il Regno Unito durante il mandato della Thatcher, dallo sciopero dei minatori alle proteste dell’opinione pubblica riguardo alle liberalizzazioni promosse nella sua politica economica, o verso la celeberrima Section 28 (in vigore fino al 2003), la legge che proibiva alle autorità pubbliche qualsiasi tipo di “promozione dell’omosessualità”: tutte queste fasi sono ripercorse nel film attraverso i ricordi dell’anziana signora, e grazie alle trasformazioni di Meryl Streep. E di trasformazioni si tratta, non solo dal punto di vista del trucco, dell’acconciatura e delle protesi indispensabili per rendere il viso di una donna molto avanti con gli anni: quel che colpisce è la capacità straordinaria di rendere visibile il percorso che questa donna deve aver compiuto, attraversando la Storia: giovane e ambiziosa dapprima, col piglio audace e coraggioso, ma esitante in un mondo dominato da uomini per nulla accomodanti; e poi posata e controllata, sempre preparatissima e brillante, impavida di fronte ad un’assemblea come davanti ad un interlocutore ‘scomodo’. La lenta trasformazione in una leader, insomma. E tutto quello che deve esserle costato, in termini personali e intimi: la dimensione privata ondeggia insieme a quella pubblica, in oscillazione perenne durante tutto il film.

Il film ha molti meriti e molti difetti, ma brilla per la presenza di un talento vero come Meryl Streep. Meryl Streep è The Iron Lady, è il film stesso, in totale sovrapposizione.

Tale da sospendere ogni giudizio, quasi. Basta vedere i filmati della vera Margaret Thatcher e restare a bocca aperta per la precisione nei dettagli, voce, gesti, portamento. È la capacità dei più grandi attori: ti lasci andare alle immagini, e la storia è tutta nei loro corpi e gesti, e sguardi.