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Diritto di critica | December 3, 2021

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Il papà di “Titanic” raggiunge gli abissi dell'Oceano Pacifico - Diritto di critica

Il papà di “Titanic” raggiunge gli abissi dell’Oceano Pacifico

In queste ore è a Londra per promuovere la versione in 3D del suo film più amato, “Titanic”, ma il regista James Cameron solo alla fine della settimana scorsa ha compiuto un’immersione nell’Oceano Pacifico, e non è stata una semplice gita sott’acqua di un amante del mare. L’autore di “Avatar” è diventato infatti il primo uomo a scendere in solitaria nel punto più profondo della Fossa delle Marianne, al largo del Giappone. Prima di lui solo lo statunitense Don Walsh e lo svizzero Jaques Piccard, che raggiunsero insieme l’obiettivo nel 1960 con un batiscafo italiano, il Trieste.

10.898 metri di profondità, oltre duemila metri in più rispetto all’altezza del Monte Everest. Coadiuvato da un’equipe scientifica internazionale, con la collaborazione del National Geographic Society, Cameron ha effettuato la discesa in due ore e mezza, a bordo del sofisticatissimo Deepsea Challenger, ed ha comunicato la notizia in tempo reale su Twitter, annullando così confini e profondità: «Sono appena arrivato nel punto più profondo dell’Oceano Pacifico – ha scritto – Toccare il fondo non è mai stato così bello». Il regista si è trattenuto tra gli abissi poco più di due ore (l’idea iniziale era quella di fermarsi sei ore, ma c’è stato un inconveniente al sistema idraulico), e ha raccolto dati e fotografie grazie ai potenti mezzi di cui uno staff di ingegneri australiani ha dotato il sottomarino monoposto, frutto del lavoro di otto anni. I video ricavati sono splendidi nella qualità d’immagine e nel colore.

Il “Deepsea” è lungo sette metri ed è in grado di resistere ad una pressione di più di 1,2 tonnellate per centimetro quadrato; può scendere alla velocità di 150 metri al minuto ed è stato attrezzato con telecamere in 3D ad alta definizione, bracci meccanici hi-tech e strumentazioni ad hoc per prelevare campioni marini, sedimenti, e misurare valori come pressione, salinità, temperatura.

«È un posto lunare, molto desolato – così ha raccontato il fondale oceanico Cameron – Mi sono sentito come se in un giorno fossi andato su un altro pianeta e fossi tornato indietro. È un mondo del tutto alieno. Precipitare nel baratro dell’oceano, nell’oscurità, è un qualcosa che un robot non può descrivere». Al rientro in superficie, a circa 500 chilometri a sud-ovest dell’isola di Guam (tra Australia e Giappone), il batiscafo è stato agganciato da una gru e portato a bordo di una nave di ricerca; ad attendere Cameron anche il co-fondatore della Microsoft, Paul Allen, amico da anni del cineasta e addetto qui al monitoraggio dell’impresa sui social network, in diretta dal suo mega-yacht “Octopus”.

La spedizione fa parte di un progetto al quale il regista tiene molto, che consentirà da qui al futuro di compiere altre indagini per scoprire nuove informazioni sugli oceani e i loro abitanti. Si calcola infatti che esistano ben 750 mila specie marine non ancora catalogate dagli scienziati, circa il triplo di quelle censite fino ad oggi. Il programma Challenger è ambizioso e conta di fare passi da gigante nello studio degli organismi che vivono a grandi profondità oceaniche, grazie a strumentazioni nuovissime che permettono di non spaventare gli animali e di osservare il fondale con metodi non invasivi. La discesa del Deepsea, quindi, non rimarrà un caso isolato: «Ci sono tante cose che non sappiamo – ha concluso Cameron – sono fiducioso che saremo in grado di studiare l’oceano prima di distruggerlo».

Le analisi dei dati raccolti sono in corso, e i risultati ricavati saranno pubblicati nelle prossime edizioni della rivista “National Geographic”.

In futuro potrebbe partire una “fase due” del programma: l’idea è quella di montare sul sottomarino una sottile fibra ottica che consentirebbe agli osservatori scientifici in superficie di vedere le immagini in tempo reale.