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Diritto di critica | October 24, 2021

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Quando la Giustizia non funziona. E a pagare sono i cittadini - Diritto di critica

Quando la Giustizia non funziona. E a pagare sono i cittadini

I magistrati, si sa, per certa parte politica e della società civile sono intoccabili, assimilabili a sacerdoti della stabilità italiana, custodi della Giustizia nel senso più alto del termine. A salvare la categoria, grandi figure di uomini di valore, uccisi dalle mafie o dal terrorismo. La realtà, purtroppo, è ben diversa e variegata, troppi ormai sono i casi eclatanti rimasti irrisolti, come l’uccisione di Meredith Kercher, l’assassinio di via Poma, quello di Garlasco, la vicenda di Yara Gambirasio, il processo a Unabomber. Vere e proprie sconfitte di un sistema giudiziario che sempre più spesso si ritrova disarmato e capace di inchieste sommarie che non arrivano alla verità.

L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il processo per l’omicidio di via Poma. Commentando una sentenza che non avrebbe potuto essere diversa, Goffredo Buccini sul Corsera di sabato scorso ha scritto: “Busco diventa il monito di ciò che può capitare a ciascuno in un sistema giudiziario basato sull’azzardo accusatorio”. Tradotto: in modo kafkiano ci si ritrova in carcere, accusati di un omicidio che non si ha commesso, con l’onere di difendersi da un’accusa che non si conosce. Ed è una circostanza che potrebbe accadere a chiunque. A incastrarvi basta un’intercettazione tradotta o trascritta male (vedi il caso di Yara Gambirasio), una fantomatica “prova scientifica” (vedi caso Unabomber), una testimonianza ottenuta mediante pressioni psicologiche (vedi il caso Kercher).

E se è vero che non esistono delitti perfetti, è altrettanto vero che spesso ad essere imperfette sono le indagini, nel caso di via Poma hanno sottratto a Raniero Busco quattro anni e sette mesi di vita e di serenità. A vent’anni dall’omicidio – in un “raptus” giudiziario da cold case – Busco si è ritrovato catapultato in un’aula di Tribunale, si è visto condannato a 24 anni di carcere (nel 2011), salvo poi scoprire che l’accusa non stava in piedi: “assolto, per non aver commesso il fatto“. Certo, adesso c’è la Cassazione che potrebbe annullare la sentenza e concedere un altro processo. Proprio come accadde in un altro procedimento con più ombre che luci, l’omicidio di Marta Russo dove, dopo due gradi di giudizio, la Cassazione annullò tutto e ordinò un secondo processo che si chiuse con una condanna quantomeno bislacca se riferita al fatto in sé, tale da far dubitare dell’intero impianto accusatorio: omicidio colposo. Scattone (e Ferraro) avrebbe sparato in pieno giorno, da un’aula in cui erano presenti almeno tre persone e nessuno dei tre avrebbe poi avuto la benché minima reazione né alcuno – da fuori – l’avrebbe visto sporgersi con la pistola in mano. Per non parlare delle incongruenze dei “testimoni” e dei tabulati con le telefonate “scomparse”. Quantomeno curioso.

E poi ci sono le spese. E’ di ieri la notizia che la Corte dei Conti ha deciso di far luce sulla consulenza da 182mila euro voluta dai pm perugini per il video sulla ricostruzione dell’omicidio Kercher, poi smentito dai giudici e dalle perizie. Se la Cassazione dovesse confermare la sentenza, quello di Meredith resterà un omicidio con un colpevole che avrebbe agito in concorso con ignoti. E a pagare le spese potrebbero essere i cittadini italiani: 0,003 euro a testa, come un’accisa sulla benzina.