Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Diritto di critica | April 16, 2024

Scroll to top

Top

Voto in Egitto, è ancora caos

Voto in Egitto, è ancora caos

di Giovanni Giacalone

Le urne si sono chiuse  in Egitto, ma le elezioni si sono svolte nel caos più completo. Che la situazione fosse tutt’altro che nella norma si era già capito da tempo: continui scontri nelle piazze, il parlamento senza una maggioranza legittima, un esecutivo non eletto dai cittadini, l’esclusione dei tre principali iniziali aspiranti alla corsa: il salafita Abu Ismail, Khairat El Shatter dei Fratelli Musulmani e Omar Suleyman, ex uomo del vecchio regime.

Chi sarà dunque il prossimo leader egiziano? I Fratelli Musulmani non hanno dubbi, a loro parere ha vinto Mohammed Mursi con una percentuale che si aggira attorno al 52%. Anche il quotidiano egiziano indipendente El-Shorouk dà Mursi come vincitore con un margine del 55%. Non sono però di questo parere i membri dello staff del suo avversario, Ahmed Shafiq, i quali sostengono che è il candidato legato dal vecchio regime ad essere in testa e i quali, in aggiunta, accusano di brogli lo schieramento dei Fratelli Musulmani.

Difficile stabilire con certezza il vincitore in quanto il conteggio delle schede è ancora in corso e richiederà ancora del tempo. La probabile data per il rilascio dei dati ufficiali è il 21 giugno. Nel frattempo però Mohammed Morsi sta già cantando vittoria: “Grazie a Dio, il quale ha guidato il popolo egiziano verso il giusto sentiero, il sentiero della libertà e della democrazia”. Una frase che fa sorridere in quanto mostra una mistura di retorica teocratica islamica combinata con termini ideologico-politici di stampo occidentale. Il “giusto sentiero”, termine che nell’Islam rappresenta “la via diritta del bene e dei giusti precetti”, compare nel quinto versetto della la prima sura del Corano, la quale viene ripetuta costantemente durante le cinque preghiere giornaliere musulmane.

Curiosamente per Mursi quest’oggi questa espressione può essere associata anche al termine “democrazia”; difficile stabilire cosa intenda Mursi con ciò e con quali eventuali risvolti pratici visto e considerato che il concetto di democrazia è difficilmente coniugabile con i precetti della sharia, di cui i Fratelli Musulmani sono fieri promotori. Non è mancato poi un riferimento ai cristiani copti, ai quali ha promesso che tutti gli egiziani saranno parte della “sua famiglia”.

Nel frattempo, dopo lo scioglimento del parlamento avvenuto la scorsa settimana da parte della Corte Costituzionale con la motivazione di incostituzionalità della legge elettorale, domenica notte lo SCAM (il Consiglio Supremo delle Forze Armate) ha modificato la costituzione stabilendo un interim che assegna temporaneamente all’esercito il potere legislativo e di bilancio, nell’attesa che il nuovo leader di governo venga eletto. Ciò ha chiaramente scatenato numerose proteste, non solo da parte dei Fratelli Musulmani ma anche da parte di moltissimi egiziani anti-regime.

Mohammed El Baradei ha dichiarato che l’episodio è “un grave ostacolo alla democrazia e alla rivoluzione”. Ma queste elezioni rappresentano veramente il naturale continuum delle rivolte di piazza Tahrir? Non la pensano così molti egiziani, che si sono trovati a dover compiere una scelta obbligata tra due candidati poco graditi, dunque a dover scegliere il “mal minore”.

In effetti le due parti in corsa alle elezioni hanno ben poco a che vedere con l’anima modernista e liberale di piazza Tahrir: da una parte un candidato dell’ ex regime spalleggiato dall’esercito che, se vincente, rischierebbe di far riemergere i fantasmi della dittatura. Dall’altro un candidato islamista che spaventa sia gli egiziani laici favorevoli a uno stato moderno libero da condizionamenti sociali di tipo islamista, che la numerosa comunità cristiana copta la quale si sente minacciata da una possibile applicazione della legge islamica; in aggiunta vi sono inquietudini anche per le possibili ripercussioni a livello di politica internazionale nel delicato scacchiere mediorientale.

Una cosa è tristemente indubbia: il popolo di piazza Tahrir ha perso, a prescindere da chi esca vincitore al termine del conteggio delle schede.