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Diritto di critica | August 1, 2021

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Ancora scontri in una Birmania senza pace - Diritto di critica

Ancora scontri in una Birmania senza pace

E’ stretto tra le emergenti Cina e India, il Myanmar, e solo poche settimane fa la conquista di un seggio in Assemblea del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi durante le recenti elezioni parlamentari aveva fatto sperare in una transizione verso la democrazia. Ma quella transizione si preannuncia difficoltosa, macchiata dagli scontri che continuano ad agitarsi nel grembo del Paese asiatico. L’ultimo bilancio mensile di questi scontri parla di più di ottanta morti nello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh, dove dal 10 giugno scorso è stato dichiarato lo stato di emergenza a seguito delle violenze tra birmani di origine buddista e la comunità musulmana, in particolare rohingya. Una situazione, quella in Myanmar, per cui si sono mobilitate anche diverse organizzazioni internazionali – prima tra tutte Amnesty International – chiedendo alle autorità del paese asiatico di revocare lo stato d’emergenza e di consentire l’accesso di aiuti umanitari e di osservatori internazionali, per verificare che nello stato di Rakhine sia garantito il rispetto dei diritti umani.

Scontri e violenza. Gli scontro interetnici e interreligiosi sono iniziati lo scorso 28 maggio, a seguito dello stupro e dell’uccisione di una donna di 27 anni di religione buddista nella città di Maungdaw: evento che pochi giorni dopo ha causato l’assalto da parte di 300 persone ad un autobus diretto a Yagoon e al linciaggio dei dieci musulmani presenti a bordo, dopo che si era sparsa la voce che sul mezzo stessero viaggiando – in trasferimento d’arresto – i tre uomini di religione musulmana accusati dello stupro. Da qui, l’escalation degli scontri tra le comunità: escalation che continua a colpire in soprattutto la minoranza rohingya, già molto discriminata in Myanmar per quanto riguarda l’accesso ai servizi o l’ottenimento della cittadinanza. Secondo gli ultimi dati, ci sarebbero miglia di abitazioni distrutte, più di ottanta morti, un numero imprecisato di arresti e oltre 30mila di sfollati. La fuga spinge la popolazione rohingya soprattutto verso il confinante Bangladesh – paese poverissimo, nel quale gestire un imponente flusso di profughi risulterebbe particolarmente difficoltoso –  le cui autorità hanno però già respinto più di 1.500 profughi e ne hanno arrestati almeno 150, dopo che avevano tentato di entrare nel Paese attraverso il fiume Naf.

I rohingya. Il Myanmar è uno Stato prevalentemente buddista, in cui i musulmani rappresentano una minoranza: su una popolazione di circa 50 milioni di abitanti, infatti, il numero di persone di religione islamica oscillerebbe tra 800 mila e 2 milioni, all’incirca il 4% dell’intera popolazione birmana. Di essi, molti sarebbero di etnia rohingya, di origini bengalesi e stanziati nella regione occidentale del Paese, al confine con il Bangladesh, in condizioni di estrema povertà e diffuso analfabetismo. Non solo: la minoranza è da lungo tempo sottoposta a forti discriminazioni da parte del regime militare birmano, giustificate con la volontà di contrastare il terrorismo di matrice islamica ma che negli anni si sono declinate nel divieto di costruire nuove moschee (dal 1962), nella chiusura di scuole islamiche, nelle restrizioni alla libertà di movimento fuori dallo stato di Rakhine e nella continua negazione ai rohingya della cittadinanza birmana nonostante gli appelli dell’Onu e della comunità internazionale al riguardo.

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