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Diritto di critica | September 22, 2021

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Corruzione e malaffare in politica. E gli abanesi riscoprono il nazionalismo

Gli albanesi riscoprono il nazionalismo

di Marco Luigi Cimminella

Il 23 giugno prossimo i cittadini albanesi saranno convocati alle urne per decidere la nuova guida del paese. I toni della competizione elettorale si fanno sempre più accesi, in un contesto politico dove la sfiducia nei confronti dei due principali partiti appare dilagante. Accusati di clientelismo e corruzione, il Partito Democratico e il Partito Socialista stanno gradualmente perdendo consenso popolare in favore di una nuova formazione che fa della riunificazione nazionale il proprio vessillo di battaglia. Si tratta dell’Alleanza Rosso-Nera, un partito politico di chiare tendenze nazionaliste e populiste guidato dal giurista Kreshnik Spahiu.

La rinascita del nazionalismo. A contendersi le redini del comando questa volta non saranno solo il Partito democratico di centro-destra, diretto dal premier uscente Sali Berisha, e il Partito socialista, all’opposizione, capeggiato da Edi Rama: le critiche mosse nei confronti delle due forze politiche hanno riacceso le aspirazioni di altre formazioni che hanno approfittato della disillusione popolare per costruirsi delle proprie sacche di consenso. Il clientelismo e la corruzione, piaghe insanabili della macchina pubblica albanese, hanno indubbiamente influito sull’indebolimento della classe dirigente.

Quel processo di integrazione fallito. Ma è necessario considerare anche un altro elemento per dipingere un quadro completo dell’attuale situazione: il fallimentare processo di integrazione con l’Unione europea. Il 10 ottobre 2012, la Commissione europea aveva raccomandato al Consiglio europeo di attribuire, con condizionale, lo status di candidato all’Albania. Tirana avrebbe dovuto adottare alcune misure per poter conseguire lo status completo: tra queste, combattere la corruzione, intraprendere alcune riforme nei settori della pubblica amministrazione e della giustizia, rivedere la regolamentazione parlamentare, garantire maggiore libertà di stampa, promuovere il rispetto di diritti civili e politici, organizzare in maniera più sistematica la lotta al crimine organizzato.

Le colpe rimpallate. L’inadeguato soddisfacimento di questi requisiti ha allontanato il paese da Bruxelles: ancora una volta, infatti, all’Albania è stato negato lo status di candidato. E i due partiti politici maggioritari si sono subito lanciati in un’infuocata quanto sterile recriminazione dell’avversario, nel tentativo di liberarsi da ipotesi di colpevolezza e imputazioni di responsabilità in grado di denigrare la propria autorevolezza di fronte la popolazione.

Un referendum per unire Albania e Kosovo. Il discredito nell’élite dirigenziale e la forte disaffezione dell’elettorato hanno favorito la discesa in campo di una nuova formazione che, coagulando le pretese più scioviniste della società, si è ritagliata una significativa fetta di consenso. L’ Alleanza Rosso-Nera infatti ha proposto una serie di misure che, facendo leva sull’irrisolta causa nazionale albanese, hanno permesso di allargare il proprio bacino di voti. Emblematica in questo senso è stata la richiesta di indire un referendum per valutare la possibilità di costituire una Federazione che unisca Albania e Kosovo, i territori in cui si addensa la maggior parte dell’etnia albanese.

Le proteste dei vicini. L’iniziativa è stata contestata dai paesi vicini, consapevoli degli effetti destabilizzanti che una tale proposta può provocare nell’area balcanica. Difatti, in Montenegro, Serbia, Macedonia e Grecia vivono comunità albanesi che, infiammati dal revival del progetto della Grande Albania, potrebbero organizzare rivolte e agitazioni di carattere separatista. Infatti, proprio in questi paesi stanno nascendo o rifiorendo movimenti politici che hanno come obiettivo la riunificazione con la madre patria.

Un nuovo vecchio nazionalismo. L’antica aspirazione di costituire una grande nazione albanese ha tratto nuova linfa vitale quando, nel febbraio del 2008, il Kosovo si è dichiarato indipendente. Un sogno le cui radici vanno individuate nel lontano 1912 quando, liberatasi dal dominio ottomano, l’Albania costituì un nuovo stato a cui però non presero parte gli albanesi kosovari. Durante la reggenza turca, la popolazione di etnia albanese era stata frammentata in diversi distretti territoriali: una misura adottata del resto anche nei confronti delle altre genti balcaniche, con l’intento di inibire lo sviluppo di una pericolosa coscienza nazionale. Allo stesso fine, furono imposte severe restrizioni contro l’insegnamento della lingua albanese e la diffusione della sua cultura, considerati questi elementi basilari dell’identità nazionale. In seguito, con la sconfitta ottomana nella prima guerra balcanica, le forze serbe e greche cominciano ad occupare le terre albanesi, nell’ambito di una partizione delle zone liberate dall’impero turco ad opera di Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia.

La storia. La minaccia di assimilazione da parte di nazioni straniere accelerò la costituzione di un’assemblea nazionale che proclamò l’indipendenza dell’Albania il 28 novembre del 1912. In quell’occasione, il paese poté contare sul sostegno interessato dell’Impero Austro-Ungarico e dell’Italia, preoccupati che la Serbia, alleato della Russia, avanzando fino all’Adriatico alterasse l’equilibrio di forze nella regione. I confini albanesi furono successivamente riconosciuti nel 1913 dalle diverse potenze europee: tuttavia, una buona parte della popolazione del paese rimaneva fuori dalle frontiere nazionali, in quanto risiedenti nelle aree di Kosovo, Serbia meridionale, Montenegro e Macedonia.

Riscoprirsi nazionalisti. Per fronteggiare la minaccia posta da Alleanza Rosso-Nera e riuscire a conquistare la maggioranza elettorale, le diverse forze politiche si abbandonano a discorsi sempre più nazionalpopolari. Attraverso questa chiave di lettura è possibile interpretare alcune proposte di Berisha, come quella di concedere il passaporto albanese a tutto il popolo di etnia albanese disperso nella regione balcanica e quella di unificare lo spazio televisivo del paese con il Kosovo. Intanto però, i vertici politici europei si dichiarano sempre più preoccupati per l’ondata di nazionalismo che travolge il territorio, lanciando strali a quella retorica provocatoria che auspica ridefinizioni di confini territoriali stabiliti.

Certo, la strumentalizzazione di aspirazioni ataviche potrebbe rafforzare i competitor elettorali, fermando quella veloce emorragia di consenso che caratterizza un establishment ormai screditato. Ma a quale prezzo?

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