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Diritto di critica | October 15, 2021

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Piazza TienAnMen, una ferita ancora aperta sulla Cina

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C’è ancora silenzio, sulla Piazza del Cielo. Mentre Hong Kong conta diecimila persone per commemorare i caduti della protesta del 4 giugno 1989, Pechino cerca di dimenticare e far dimenticare. Ma non può: non possono le Madri di TienAnMen, che chiedono verità; non può il Paese, spaccato da disuguaglianze crescenti e attraversato dalla corruzione. Un vecchio dirigente ammette: “solo ripudiando il massacro di TienAnMen, la Cina potrà salvarsi”.

Verità, risarcimento e responsabilità. E’ quanto chiede allo Stato, rimanendo inascoltato, il movimento delle Madri di TienAnMen, che da sole cercano di ricostruire cosa accadde il 4 giugno 1989 nella Piazza del Cielo. Ad oggi hanno identificato 200 corpi, ma secondo le informazioni rubate agli ospedali sarebbero stati almeno dieci volte tanto. Moltissime persone hanno ancora paura e non hanno mai dichiarato di avere un famigliare scomparso nella notte tra il 3 e il 4 giugno. Non dicono nulla perché nessuno glielo ha mai chiesto, secondo Zhang Xianling, portavoce dell’associazione.

Bao Tong è stato il funzionario più alto in grado a partecipare alla protesta. Arrestato nella Piazza del Cielo insieme a centinaia di altri manifestanti, fu condannato a 8 anni di carcere, per poi rimanere sotto vigilanza fino ad oggi. Il South China Morning Post lo ha raggiunto al telefono, in un’intervista analizzata da China Files. “Come Mao è stato ripudiato per la Rivoluzione Culturale, così Deng Xiaoping dev’essere ripudiato per il 4 giugno”, spiega Bao. “Tacere non salva la Cina dall’anarchia, come vorrebbe far credere Xi Jinping (il neoeletto presidente). Sarebbe invece una medicina: la nostra società sarebbe meno depravata e corrotta. Non dimentichiamolo: la corruzione, lo sfruttamento, la mancanza di rispetto per la legge hanno avuto l’appoggio di carri armati e mitragliatrici”, quelle, appunto, del 4 giugno 1989.

Le parole di Bao Tong spiegano bene il divario crescente nella società del Dragone. La crescita economica impetuosa di Pechino sta allargando le sacche di povertà e le differenze tra ricchi e poveri. Le campagne, su cui dal 1982 lo Stato ha esteso il diritto di proprietà, sottraendolo ai villaggi, sono vittime dell’urbanizzazione: i contadini cercano in città qualcosa che non trovano, un miglioramento alle condizioni di vita, mentre una bolla edilizia si sta allargando a macchia d’olio (il 20% delle case costruite, ci dicono i dati, sono sfitte).

Protesta per il pane. TienAnMen, come spiega ben Fred Engst, non fu solo una protesta di studenti (e quindi elitaria, astratta): l’appoggio popolare che gli studenti ebbero fu enorme. Molti pensavano di poter chiedere allo stato migliori condizioni di vita, lavoro, diritto alla casa e alla proprietà: gli studenti che chiedevano libertà di parola e di stampa erano – se vogliamo – solo la cresta dell’onda. Le lotte economiche continuano ancor oggi nella Cina Comunista. Lo dimostrano le lotte per la terra di Wukan, il villaggio di pescatori insorto contro le autorità per le espropriazioni forzate. Secondo Engst, “nei villaggi ci sono i clan, che premono per avere una fetta di torta più ampia: concetti come democrazia o elezioni sono lontani da queste lotte. Però proprio sul fronte del benessere economico la protesta è violenta e diffusa”.

La Cina si scopre fragile proprio sull’uguaglianza sociale, e cerca di nascondere le proteste “per il pane”, oltre che per la libertà. E anche internet è un’arma a doppio taglio. Per aggirare la censura, i netnauti si riferiscono a TienAnMen come al “35 maggio”, e riescono a far trapelare un barlume di commemorazione. Liu Xiaobo, Nobel 2010 per la letteratura, dedica all’appuntamento con la memoria le sue poesie (“Elegie per il 4 giugno”). Perché il silenzio  non può durare in eterno.