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Diritto di critica | July 29, 2021

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Caos Egitto. Ora i Fratelli musulmani tremano

Black bloc in EgittoLa manifestazione generale anti-Mursi del 30 giugno si avvicina e i Fratelli Musulmani hanno paura. Lo scorso 28 aprile il movimento di opposizione Tamarod si era posto l’obiettivo di raccogliere 15 milioni di firme entro il 30 giugno (Mursi vinse le elezioni con 13 milioni di voti) e, in caso di successo, avrebbero avanzato la richiesta di dimissioni da parte dell’esecutivo dei Fratelli Musulmani con passaggio di potere al Consiglio di Salvezza Nazionale oppure, in alternativa, elezioni anticipate. Già a metà giugno il movimento aveva dichiarato di aver raggiunto il numero prefissato e alla fine di questa settimana Tamarod sembra aver raccolto addirittura oltre venti milioni di firme.

Il crollo di popolarità. La popolarità di Mursi è scesa drasticamente al termine del suo primo anno in carica. La situazione economica del paese resta drammatica e l’esecutivo della Fratellanza viene accusato di non essere stato in grado di mettere un freno alla crisi, di essere anti-democratico e di cercare di inserire i propri uomini in tutte le istituzioni dello Stato, inclusa la magistratura.  A peggiorare la situazione c’è poi l’episodio legato alla riunione di alti membri di governo trasmesso in diretta ad insaputa dei partecipanti, nel quale si valutavano modalità alquanto illegittime e destabilizzanti per fermare la costruzione di una diga sul Nilo da parte dell’Etiopia, tra cui un potenziale bombardamento e l’utilizzo di gruppi di miliziani locali.

Dissidenti tra i Fratelli. A dar manforte agli oppositori di Mursi scende anche Abol Fottouh, ex membro della Fratellanza, che dichiara di aver lasciato l’organizzazione in quanto i suoi capi non credono veramente allo stato democratico. Egli ha inoltre aggiunto che Mursi guida il paese esattamente con gli stessi criteri della Fratellanza, ovvero valorizzando  la fedeltà all’organizzazione rispetto alle competenze individuali.

Un Egitto insicuro. La sicurezza è poi un altro grosso problema, soprattutto in Sinai, dove negli ultimi mesi hanno avuto luogo continui attacchi nei confronti di militari e polizia. Uno degli ultimi gravi episodi è avvenuto lo scorso 9 giugno, quando un ufficiale dell’anti-terrorismo, il capitano Mohamed Sayed Abdel Aziz Abu Shaqra, è stato ucciso da un gruppo di terroristi nel nord del Sinai. Abu Shaqra stava svolgendo un ruolo essenziale nello scoprire l’identità di mandanti ed esecutori del sequestro dei sette soldati egiziani rapiti dai jihadisti a metà maggio e rilasciati dopo circa una settimana. Secondo alcune fonti al funerale del capitano si sarebbero levate grida della polizia contro il “governo del Murshid”, chiaro riferimento all’esecutivo dei Fratelli. Già lo scorso aprile la polizia aveva indetto alcuni scioperi per protesta contro le interferenze della Fratellanza, accusata di voler politicizzare le forze dell’ordine. Secondo quanto dichiarato dal Ministro dell’Interno Mohamed Ibrahim, la polizia non ha alcuna intenzione di proteggere le sedi dei Fratelli Musulmani durante le manifestazioni del 30 giugno e non saranno presenti nelle zone di protesta affinchè i manifestanti possano esprimere le proprie idee liberamente.

Gli scontri prima della manifestazione. Nel frattempo a Mansoura nella giornata di mercoledì sono scoppiati i primi scontri tra sostenitori di Mursi e l’opposizione, il bilancio è di due morti e più di duecento feriti. Ulteriori scontri sono stati segnalati anche ad Alessandria e,  secondo fonti locali, la polizia sarebbe intervenuta a protezione dei manifestanti anti-Mursi.

“Chi manifesta si ribella all’islam”. Gli unici che sembrano restare accanto al governo islamista, oltre ai propri sostenitori, sono i predicatori salafiti, i quali hanno definito “infedeli” e “ipocriti” , dunque punibili con la morte, tutti coloro che si oppongono a Mursi, in quanto sfidare il suo esecutivo è equiparabile a ribellarsi all’Islam.

Il pericolo di una rivolta. Cosa accadrà dunque il 30 giugno? Alcuni membri dell’opposizione lo hanno descritto come un giorno decisivo, quello che porterà milioni di egiziani in piazza e che metterà fine al governo dei Fratelli Musulmani.  Il rischio reale è che, in seguito a uno scontro tra islamisti e opposizione, l’Egitto precipiti in una sanguinosa guerra. Se ciò dovesse accadere non sarebbe improbabile un immediato intervento dell’esercito che non esiterebbe a prendere il potere e ad usare la forza per ristabilire l’ordine.

Come con Nasser. Uno scenario che terrorizza la Fratellanza e che risveglia nel suo inconscio la cosiddetta “sindrome del ‘54” quando, in seguito ad un tentato omicidio nei confronti del presidente Nasser, vennero accusati alcuni membri di un gruppo segreto legato alla Fratellanza;  il governo mise dunque  in atto un dura repressione nei confronti dell’organizzazione, con sei membri uccisi come rappresaglia, la Guida Suprema al-Hudaybi e altri sei dirigenti condannati all’ergastolo  e migliaia di militanti incarcerati.

Al di là di quello che accadrà domenica una cosa è indubbia, l’esecutivo dei Fratelli Musulmani sta uscendo con le ossa rotte da un anno di governo ed è veramente difficile azzardare previsioni positive per quanto riguarda  il suo futuro.