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Diritto di critica | December 3, 2021

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La Turchia nella spirale della corruzione, arrivano le "purghe" di Erdogan

ErdoganIl governo islamista turco scosso da uno scandalo di corruzione in cui sono coinvolti molti imprenditori vicini all’esecutivo, i figli di tre ministri e diversi funzionari pubblici. La popolazione è scesa in piazza per chiedere le dimissioni dei ministri coinvolti, il governo islamista dell’AKP ha risposto facendo caricare i manifestanti dalla polizia e il premier Erdogan ha messo immediatamente in atto una “purga” nei confronti delle forze di polizia per cercare di salvare il suo governo.

Tutto ha avuto inizio martedì scorso quando funzionari della polizia, a seguito a indagini altamente top secret durate 14 mesi, hanno eseguito una ventina di retate a Istanbul e Ankara arrestando 52 persone. Successivamente altri 30 sospetti sono stati prelevati in relazione alle accuse di corruzione negli ambienti degli appalti pubblici. Tra gli arrestati anche un uomo d’affari iraniano, Reza Zerrab. Indagini top secret partite tra l’altro prima del previsto a causa della delicata situazione, dato che tra gli inquisiti ci sono anche alti esponenti del governo islamista.

Fonti vicine ad al-Arabiya parlano di tentativi di contrasto alle indagini da parte del Ministro degli Interni turco, Muammer Guler ed è proprio a casa del figlio del Ministro che le forze dell’ordine hanno rinvenuto sei forzieri pieni di valuta turca ed euro, oltre a un contatore di banconote. In un’altra retata presso la residenza del capo della banca statale Halkbank la polizia ha poi trovato 4.500.000 euro nascosti all’interno di scatole di scarpe.

Le medesime fonti tirano poi in ballo anche il Ministro dell’Economia, Zafer Caglayan, che avrebbe accettato un orologio dal valore di 350.000 dollari come tangente da Zarrab. L’imprenditore iraniano risulta inoltre accusato di essere coinvolto in transazioni irregolari di denaro per il valore di 87 miliardi di euro, nonché di aver corrotto tre ministri per realizzare operazioni commerciali illecite con l’Iran.

La risposta di Erdogan non si è fatta attendere e infatti il governo islamista ha immediatamente provveduto a rimuovere un centinaio di comandanti delle forze dell’ordine coinvolti nelle indagini, tra cui il capo della polizia di Istanbul. L’esecutivo ha poi nominato due procuratori supplementari con il compito di supervisionare il caso anche se, secondo molti analisti, si tratta semplicemente di un evidente tentativo di controllare le indagini giudiziarie.

Erdogan ha quindi accusato “gruppi internazionali” e “alleanze oscure” di essere i mandanti di un presunto complotto che avrebbe l’obiettivo di colpire il suo governo. Egli ha inoltre parlato di elementi volti a creare una struttura parallela allo Stato con infiltrati nelle istituzioni. Un possibile riferimento al suo ex alleato Fetullah Gulen, predicatore islamico residente negli Stati Uniti e leader di un movimento i cui membri occupano posizioni di rilievo in vari settori tra cui la stampa, la magistratura, il governo e le forze dell’ordine. Gulen, precedentemente alleato dell’AKP di Erdogan, si è progressivamente dimostrato perplesso e contrario ad alcune posizioni intraprese dal governo turco, tra cui l’appoggio a quella rivolta siriana ormai infestata dall’estremismo islamico di stampo jihadista e la rottura con Israele, alleato storico della Turchia. Un atteggiamento molto aggressivo ed autoritario quello di Erdogan che sta tra l’altro portando la Turchia verso un progressivo allontanamento dall’Europa e come non ricordare le sue dichiarazioni del giugno 2013 quando affermò di “non riconoscere il Parlamento Europeo”, facendo riferimento alla risoluzione approvata dall’assemblea dell’UE in seguito alla brutale repressione messa in atto la scorsa estate dalla polizia nei confronti dei manifestanti di piazza Taksim, su ordine del governo turco. La stampa occidentale venne allora accusata di complottare contro l’esecutivo turco.

La paranoica teoria del complotto si è ripetuta anche questa settimana, con diversi quotidiani filo-governativi che hanno citato una presunta trama Occidentale, tirando in ballo anche l’ambasciatore statunitense Francis J. Ricciardone. Erdogan ha immediatamente minacciato di espellere il diplomatico degli Stati Uniti, paese principale alleato della Turchia. Molti analisti concordano però sul fatto che il vero punto debole di Erdogan sono le contestatissime politiche neo-liberiste del governo islamista e gli strani rapporti tra quest’ultimo e affaristi vicini all’esecutivo.

Sono in molti infatti in Turchia a sostenere che le politiche economiche del governo Erdogan passano sopra i bisogni della popolazione e non si tratta solo di parchi e alberi, come nel caso della rivolta di piazza Taksim. Recentemente è infatti stato demolito il famoso e antico teatro Emek, fatto che ha creato sconcerto e amarezza nel cuore di tantissimi turchi e che ha irritato persino la first lady turca Hayrunissa Gul. Drammatica è inoltre la situazione nei quartieri poveri di Istanbul, dove gli abitanti vengono pagati per lasciare le case, le quali verranno rase al suolo per permettere a costruttori, spesso vicini ad ambienti di governo, di costruire condomini di lusso.

Vi sono però ulteriori elementi da tenere in considerazione, come il problema della stampa e dei media turchi. Nel paese vige infatti un controllo rigido su ciò che viene pubblicato, al punto che, secondo alcune fonti, la scorsa estate il premier sarebbe arrivato al punto di convocare ad Ankara i direttori dei quotidiani per illustrare loro i “confini” da non oltrepassare. Il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha recentemente affermato che nel 2012 la Turchia è risultato essere il paese con più giornalisti arrestati, battendo persino Iran e Cina.

Altro fattore imbarazzante risulta essere la presenza di estremisti islamici di stampo jihadista provenienti da Europa e Caucaso che troverebbero rifugio in “case sicure” in territorio turco, a ridosso del confine siriano, nell’attesa di infiltrarsi in Siria per combattere contro il regime di Assad.

Una posizione sempre più difficile dunque quella di Erdogan, anche in vista delle elezioni amministrative del marzo 2014, che potrebbero essere l’inizio della fine dell’AKP. Nel 2002 i turchi votarono Erdogan anche a causa delle sue decise posizioni contro la corruzione; ora sarà veramente difficile per il premier riacquisire credibilità e le varie teorie di complotti occidentali, stati paralleli e i metodi di stampo dittatoriale non sono certo la strada più consona da intraprendere.

 

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