Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Diritto di critica | June 23, 2022

Scroll to top

Top

Da D'Alema al sindacato, gli incoerenti difensori dell'articolo 18

L'ex premier è stato per molti anni il difensore della flexsecurity, per riscoprirsi improvvisamente spassionato difensore dei diritti dei lavoratori

Diritti dei lavoratori calpestati. Un golpe in atto. Un attentato ai diritti costituzionali. Negli ultimi giorni i detrattori di Renzi, dalla minoranza Pd al sindacato, hanno definito il Job Act come il peggiore dei crimini mai commessi nei confronti dei lavoratori. Ma cosa cambierebbe con la proposta uscita ieri dalla direzione del Pd? Per quanto riguarda i diritti dei lavoratori veramente poco.

Ecco cosa cambia veramente. Di fatto l’unica differenza rispetto alla legge in vigore riguarda l’eliminazione del reintegro nel posto di lavoro da parte del giudice per i licenziamenti economici che sono manifestamente infondati. Se la proposta del Pd dovesse diventare legge, spetterà al lavoratore dimostrare che il licenziamento si sia basato su motivi discriminatori o disciplinari per tentare la carta del reintegro. Insomma, tanto rumore per (quasi) nulla.

D’Alema e Bersani double face. Quelli che oggi si ergono a strenui difensori dell’articolo 18, quelli che gridano “Sei come la Thatcher”, fino a ieri erano i primi che a convegni e ad incontri parlavano di flessibilità. Non ci credete? Ecco alcune interessantissime dichiarazioni.

Così Massimo D’Alema nei giorni scorsi.

“Renzi è in evidente difficoltà nei rapporti con Bruxelles. E sull’articolo 18 è in atto un’operazione politico-ideologica che non corrisponde a nessuna urgenza. Non esiste un’emergenza legata alla rigidità del mercato del lavoro. C’è persino il sospetto che si cerchi uno scontro con il sindacato e una rottura con una parte del Pd per lanciare un messaggio politico all’Europa e risultare così affidabile a quelle forze conservatrici che restano saldamente dominanti”.

Ma D’Alema nel 1997, quando preparava la Bicamerale con Silvio Berlusconi, la pensava diversamente:

“Vedete, la mobilità, la flessibilità, sono innanzitutto un dato della realtà. È il grande problema che si pone a noi, a noi sinistra e non soltanto a noi sindacati. È se questa società più aperta debba inesorabilmente portare con sé solitudine, insicurezza, angoscia. Oppure se non sia il caso che noi, rinnovando profondamente gli strumenti della negoziazione e della contrattazione sociale, costruiamo nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela. Se noi non ci mettiamo su questo terreno, noi rappresenteremo sempre di più soltanto un segmento del mondo del lavoro. Ecco, io penso che noi dovremmo preferire essere con quei lavoratori del lavoro nero, del lavoro precario, del sottosalario. E negoziare quel salario, e negoziare i loro diritti anziché stare fuori dalle fabbriche con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro”.

Una dichiarazione che pagò con la dura reazione del sindacato.

In tempi più recenti, Pierluigi Bersani – che oggi lamenta l’applicazione del metodo Boffo alla sua figura -, intervistato dal Sole 24 Ore nel 2009 diceva:

“Ho un’idea del Paese che tiene insieme imprese e lavoro: e si fa con una riforma del welfare che arrivi a tutti. E con una riforma del mercato del lavoro che superi questo dualismo. Non va mica bene che c’è una parte di protetti e la metà che è senza tutele. Anche perché i ‘tutelati’ stanno andando man mano in pensione e sul mercato ci resteranno solo gli altri. La direzione è quella [del contratto unico – ndr]. Questo doppio regime nel lavoro non funziona più. E sono pronto alla battaglia con i sindacati. Perché, pure loro, si dimostrano miopi. E quando tutti i protetti andranno in pensione? Cosa rimane? rimane il far west”.

E sempre nel 2009 la fondazione ItalianiEuropei di Massimo D’Alema, con la pubblicazione di un quaderno, appoggiava la Flexsecurity presentata da Pietro Ichino, che prevedeva la cancellazione dell’articolo 18.

Insomma, gente credibile. Gli unici coerenti rimangono solo Pippo Civati e Stefano Fassina.

Il sindacato senza articolo 18. Poi c’è il sindacato. “Renzi ha in mente il modello Thatcher”, attacca Susanna Camusso. Ma anche in questo caso i difensori dell’articolo 18 mancano di credibilità. In primo luogo, in pochi sanno che il limite dei 15 dipendenti sopra il quale scatta il reintegro previsto dall’articolo 18 non si applica ai partiti, alle associazioni religiose e, udite udite, ai sindacati. Questi possono licenziare i propri lavoratori senza obbligo di reintegro se il giudice dovesse individuare l’assenza di giusta causa. L’articolo 18 è del 1970, la legge che prevede questa esenzione è del 1990 (la n. 108). Chissà come avranno votato tutte quelle decine di sindacalisti presenti in Parlamento nel 1990? Quello che sappiamo è che il sindacato al riguardo non proferì parola. “Estenderemo il diritto a tutti”, si difende la Camusso. Solo che bisognerebbe capire dove sono stati lei e i suoi predecessori fino a ieri. “E poi non conosco licenziamenti effettuati dal sindacato”. Ma è sicura? Guardate qui.

Argomenti