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Diritto di critica | August 12, 2020

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«Il centrodestra vince ma non riesce a governare», intervista a Mariotto Segni - Diritto di critica

«Il centrodestra vince ma non riesce a governare», intervista a Mariotto Segni

Mariotto Segni, politico di lungo corso e padre del referendum in Italia, si racconta a Diritto di critica in una chiacchierata sulla politica nazionale, sul sistema elettorale e l’ascesa di Fini alla guida della destra italiana. Un salto nella “rivoluzione referendaria incompiuta” e nella riforma dell’istruzione targata Gelmini.

Pensa che l’istituto referendario in Italia abbia perso la sua forza, visto che è dal 1997 che non si riesce a raggiungere il quorum necessario per dichiarare i quesiti validi?

Il tema oggi è più che centrale che mai. Agli inizi degli anni ’90 iniziammo un’autentica rivoluzione, istituzionale e soprattutto politica. Essa è però rimasta incompiuta ed è stata più volte oggetto di polemiche. Il nostro è un sistema politico che va completato. Il cuore del referendum è semplicissimo: il governo lo scelgono i cittadini. È una scelta irreversibile fatta nelle elezioni. Il governo ha il potere in quanto ha la fiducia degli elettori. Se non ce la fa ad amministrare rimette il mandato e si va alle elezioni. È questo il punto essenziale della rivoluzione referendaria. Che poi è un principio comune a quasi tutte le democrazie occidentali moderne, dal presidenzialismo americano al sistema parlamentare inglese.

La differenza, come sosteneva il costituzionalista francese Maurice Duverger, non è tra sistemi parlamentari e presidenziali, bensì tra sistemi che affidano la scelta del governo al voto e quelli che la assegnano ai partiti. Inghilterra e Stati Uniti sono simili: nel Regno Unito si sceglie il primo ministro, mentre in America il Presidente. La vera alternativa è l’Italia dove non si elegge il governo, ma una serie di partiti che fanno e disfano il governo. Il referendum, in Italia, ha rappresentato il passaggio dal sistema del voto a quello dei partiti attraverso la legge elettorale, trasmesso dal referendum. La battaglia è stata vinta in pieno nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni, dove si eleggono in maniera diretta Sindaco, presidente della Provincia e della Regione. In ambito nazionale è stata vinta a metà. Dal 1994 gli italiani hanno sì votato per il primo ministro – e il governo che si è insediato è stato sempre quello scelto dai cittadini con il loro voto – ma è anche vero che molte legislature sono state interrotte prima della loro naturale scadenza. È successo in passato sia con la patto di centro-destra che con quella di centro-sinistra. Berlusconi dice che non ci può essere un governo senza di lui, perché è stato eletto dagli italiani, e su questo ha ragione.

Pensa che il “Porcellum” abbia impresso una svolta al sistema elettorale italiano?

Si, soprattutto in negativo perché quella legge elettorale ha tolto al cittadino la possibilità di scegliere il deputato, di influire sulla composizione personale del Parlamento. Questa norma non ha toccato il bipolarismo: con il porcellum è come se il Presidente degli Stati Uniti eleggesse metà dei componenti del Congresso. A quel punto l’assemblea non potrebbe più controllare il Presidente ed il sistema sarebbe snaturato.  L’attacco alla legge elettorale è quotidiano ma su questa offensiva c’è un’ipocrisia generale: quando nel 2005 venne approvato il porcellum, facemmo le veglie davanti al Parlamento, raccogliemmo firme, bruciammo persino le schede, ma posso assicurare che di deputati che vennero a presenziare ce ne furono veramente pochi. La gran parte dei leader di questa sinistra, che oggi urla e protesta, è stata e continua ad essere ben contenta di questo meccanismo in cui sono loro a scegliersi i parlamentari. Quindi l’urlo generale contro il porcellum è un’indecorosa ipocrisia. Le responsabilità di quella legge ce l’ha prima di tutto Berlusconi, che continua a difenderla, e poi l’opposizione, che nei due anni al Governo non ha neanche provato a modificarla.

Dopo l’esperienza dell’Elefantino, il patto stipulato nel 1999 con Fini, aveva già intravisto nel leader di Fli quelle qualità in grado di portarlo alla guida di una destra italiana moderna?

Nel centro-destra italiano ci sono due anomalie inaccettabili: il conflitto d’interessi del premier e la strutturazione di un partito proprietario. Lo stato di diritto liberale non è conciliabile con la concezione berlusconiana, così come la democrazia è inconciliabile con la dittatura. Fini ha collaborato con Berlusconi in questi 15 anni così come Casini, che oggi è all’opposizione. Nelle ultime occasioni il leader di Futuro e Libertà si è ribellato e se l’avesse fatto prima forse oggi avremmo avuto un centro-destra diverso. Mi auguro che Fini riesca nell’impresa di cambiare le cose.

La politica e la disaffezione dei cittadini. Pensa che sia frutto di una scarsa qualità dei nostri rappresentanti?

La disaffezione alla politica è un fatto mondiale. Non parlerei di qualità dei singoli politici, ma della sensazione che alberga nell’opinione pubblica, ovvero che la gran parte dei nostri rappresentanti non crede in quello che fa. In passato si credeva negli ideali politici. C’erano degli scontri tra democristiani e comunisti, per esempio, esponenti dalle forti convinzioni. La prima Repubblica ha dimostrato che c’erano politici determinati. A mancare oggi, credo che siano l’entusiasmo e la convinzione. Penso che Nichi Vendola rappresenti una delle poche novità della politica italiana. Combatte per le proprie idee. Come il sindaco di Firenze Matteo Renzi e quello di Torino Sergio Chiamparino. I sindaci sono le figure istituzionali che si salvano in questo tipo di politica. Il referendum ha cambiato il ruolo dei Comuni. Rutelli e Veltroni sono stati ottimi sindaci di Roma.

Da ex professore universitario, come valuta la riforma Gelmini?

Intravedo alcuni elementi positivi, ma siamo ancora agli albori del percorso. E’ ancora troppo presto per poter giudicare l’operato del ministro, ma alla base della questione c’è la scarsità delle risorse economiche da impiegare. E dentro la penuria di risorse c’è l’incapacità del sistema italiano – anche se il ministro Tremonti ha controllato la crisi finanziaria – di destinare fondi per la scuola e la cultura in generale.

Da politico sardo, come vede la situazione nella sua isola, dopo che le ultime elezioni hanno premiato la coalizione di centro-sinistra, mettendo in discussione l’operato di Cappellacci?

Sul risultato delle ultime consultazioni amministrative ha influito di certo lo scandalo dell’eolico e la cattiva gestione del centro-destra. C’è una terribile crisi dell’amministrazione regionale che dimostra un dato generale della destra italiana: la capacità di fare campagna elettorale ma l’incapacità di governare. Il centro-destra in Italia ha vinto con larga maggioranza le elezioni, ma non riesce a risolvere i problemi del paese.