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Diritto di critica | December 10, 2018

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Le ombre del caso Marta Russo - Diritto di critica

Le ombre del caso Marta Russo

Un colpo di pistola in pieno giorno in università. Sono “le 11.30 circa” come recitano diversi verbali di Polizia di quel 9 maggio del 1997 quando Marta Russo, una studentessa che stava camminando nel vialetto antistante la facoltà di Statistica della Sapienza, viene ferita da un colpo di pistola. Davanti a lei, un ragazzo – Andrea Ditta – testimone oculare che afferma, fin da subito, di aver sentito un colpo secco, come di un’arma silenziata, proveniente dal bagno di Statistica. Una perizia – poi smentita da perizie della Corte e dalla Cassazione – più tardi avrebbe detto che lo sparo era partito dall’aula 6, la Sala Assistenti di Filosofia del Diritto.

LEGGI LA TESTIMONIANZA: “LA SCHEDA TECNICA DI UNA PISTOLA NEL BAGNO DEL RETTORATO”

L’ora dello sparo. Tra gli elementi fondamentali ai fini dell’inchiesta, anche l’orario del ferimento: le 11.42 per gli inqurienti, le 11.30 per tutti i primi verbali di polizia. “Intorno alle 11.30 – fa mettere a verbale un poliziotto in servizio presso La Sapienza il 9 maggio – mentre lo scrivente transitava nei pressi del rettorato […] apprendeva da un impiegato di questo ateneo che vi era una ragazza a terra”. E già si inizia a parlare di un’arma silenziata, i presenti raccontano che al momento del ferimento avevano udito “un piccolo botto” […] l’esplosione di un colpo di arma da fuoco simile a quello dei fucili ad aria compressa che usualmente si trovano all’interno dei luna park […] un colpo simile a quello provocato dalle armi giocattolo”.

I primi accertamenti puntano al bagno della facoltà, dove la Scientifica si reca subito per prelevare residui di sparo. E un’ulteriore conferma della reale provenienza dello sparo viene dal proiettile, sul quale vengono repertate fibre di vetro dello stesso tipo di quelle presenti sul controsoffitto del bagno.

L’arsenale. I verbali di Polizia proseguono. L’orario è sempre lo stesso: “le 11.30 circa” […] “intorno alle 11.30” “verso le ore 11.35”. L’11 maggio – due giorni dopo il ferimento che di lì a poco porterà alla morte di Marta Russo – la Polizia effettua numerose perquisizioni presso gli uffici e i locali della ditta di pulizie Pul.Tra e rinviene “bossoli e parti di armi”. A casa di uno dei dipendenti, in particolare, vengono ritrovati tre fucili, un fucile carabina ad aria compressa, una rivoltella a salve modificata per accogliere proiettili calibro 22, buste e confezioni di proiettili. Negli armadietti, inoltre, vengono ritrovati anche silenziatori rudimentali, fabbricati artigianalmente. Immediata la richiesta di intercettazioni, “ritenendo – si legge nei verbali – estremamente probabile coinvolgimento medesimi in episodio criminoso”. A firmare la richiesta è il dirigente della Squadra Mobile di Roma, Nicolò D’Angelo.
Un altro arsenale, invece, viene sequestrato a Salvatore Zingale, un dipendente della Sapienza: armi e munizioni occupano tre pagine di verbale.

Nei giorni successivi, un verbale della questura specifica: “anche in precedenza all’evento delittuoso, e probabilmente dallo stesso punto di fuoco (il riferimento è al bagno di Statistica) sono stati sparati dei colpi”. “Alcune persone rintracciate – prosegue – sono sicuramente solite “divertirsi” a sparare”. E proprio nel bagno di Statistica ci si poteva chiudere con un metodo rudimentale: incastrando la maniglia della porta con la “cipolla” della doccia. Le chiavi, infatti, erano state rubate tempo prima e chiunque avrebbe potuto entrare nei locali.

Il 21 maggio la svolta. Sul davanzale dell’Aula Assistenti della Facoltà di Filosofia del Diritto la Polizia Scientifica ritrova una particella di “ferro-bario-antimonio”, di fatto indirizzando gli inquirenti ad abbandonare qualsiasi precedente indagine e sulla ditta di pulizie e su altre persone e portandoli dentro l’Aula 6. Che si sia trattato di un errore, lo confermerà anche la sentenza di Cassazione del 6.12.2001. E proprio in quei giorni – nonostante la mole di armi sequestrata in università (nel 1998 verrà trovata un’altra pistola in un’intercapedine nel muro) – uno dei poliziotti che indagavano avrebbe commentato: “Secondo noi sono stati due assistenti che cazzeggiavano con una pistola”. E il 9 maggio gli unici due assistenti presenti in quell’aula erano Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone. Il primo non sapeva sparare, non avendo mai fatto il militare (oltretutto era mancino e non avrebbe mai potuto puntare un’arma verso sinistra), il secondo – suo malgrado – il servizio di leva l’aveva sostenuto e quindi su di lui si concentrarono le indagini. Che a casa sua non sia mai stata trovata alcuna arma – a differenza di quanto visto per la Pul.Tra o per altri – fu un particolare che gli inquirenti tralasciarono. Tutte le altre piste, a quel punto, vengono abbandonate.

L’Aula Assistenti e i primi testimoni. Tra i primi testimoni sentiti dai magistrati, Maria Chiara Lipari, assistente nel dipartimento e figlia dell’ex senatore Nicolò Lipari. Dapprima la Lipari afferma di aver trovato l’Aula 6 vuota, poi inizia a “ricordare” e chiama in causa quasi tutti i colleghi i quali – a vario titolo – diranno di non essere mai stati presenti nella Sala Assistenti, una versione sostenuta con fermezza anche da Gabriella Alletto almeno fino al 14 giugno.

Gabriella Alletto. In un’intercettazione ambientale dell’11 giugno 1997 la si sente dire: “Io nun ce stavo là dentro, te lo giuro sulla testa dei miei figli… Non ci sono proprio entrata, ma come te lo devo dì? Fino allo sfinimento…”. E in aula la dottoressa Capparelli dichiarerà che il 12 giugno la Alletto le disse: “Mi hanno messa in mezzo…io in quella stanza non c’ero, però non mi conviene dire che non c’ero […] loro (cioè quelli che la interrogavano, ndr) si immaginavano la scena, ma avevano bisogno di un testimone attendibile, di una persona affidabile”. E ancora, nelle intercettazioni (12 giugno 1997, ore 8.25), la Alletto: “Mi hanno infilato dentro come una stronza…non mi conviene dire che non c’ero…vogliono un teste, una persona affidabile,… a me mi fanno veramente vacillà la testa”. Durante il processo, la Alletto rifiuterà qualsiasi confronto con le tre colleghe che smentiscono la sua versione  dei fatti.

L’assunzione e la confessione . Durante gli interrogatori, però, emerge un particolare quantomeno strano – e la diretta interessata lo fa notare – proprio alla Alletto viene contestata la presunta assunzione irregolare presso la Sapienza. Dopo aver negato per giorni e giorni, il 14 giugno la segretaria cambia versione (convocata in Questura la mattina, il verbale viene aperto solo alle 20 della sera), improvvisamente ricorda Scattone con la pistola in pugno e Ferraro con le mani nei capelli. In parallelo, invece, Francesco Liparota – altro presunto testimone – ritratta in tutta fretta in un drammatico interrogatorio dove assicura che lui nell’Aula 6 non c’aveva mai messo piede. Mentre ancora la Alletto sta parlando, il Gip firma l’ordinanza di custodia cautelare. Giovanni Scattone viene prelevato mentre era a cena con amici in un ristorante: sulla sua testa l’accusa di omicidio. Ferraro, invece, secondo la sentenza si sarebbe ostinato a difendere un colpevole, scontando per questo anche il carcere.

“Salvare capra e cavoli”. Nonostante i periti della Corte abbiano demolito l’accusa secondo la quale il colpo era partito dall’Aula6, Scattone e Ferraro vengono condannati in Primo Grado e in Appello. Una prima Cassazione, invece, contesta gran parte dell’inchiesta e ordina un nuovo processo. Alla fine si arriverà non a una condanna per omicidio volontario (con dolo eventuale), com’era plausibile ma per omicidio colposo: un incidente.

Curioso infine che tutti i presenti – questo ha attestato la ricostruzione – visto Scattone sparare e apprese le conseguenze del suo gesto, non abbiano tentato di disarmarlo né abbiano avuto il minimo turbamento: tutti sono tornati alle loro mansioni abituali. Come se niente fosse mai accaduto. Come se in quell’Aula non ci fosse mai stato nessuno.

Twitter@emilioftorsello

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  • Danieleaspide

    questa mi sembra solo una tesi difensiva che punta solo ad annebbiare e non a chiarire(il solito sistema italiano)la cosa veramente sconcertante di questo processo è che i giudici abbiano derubricato il reato a colposo senza che gli imputati abbiano mai ammesso la colpa,quindi,seppur gli imputati ,studenti in giurisprudenza,conoscessero bene cos’è un reato,non l’hanno fatto apposta,non sapevano che sparare da una finestra era pericoloso,insomma una ragazzata,mentre ,ad esempio,quelli del cavalcavia di Tortona hanno preso 18 anni ammettendo la colpa e la non intenzionalità,ora ditemi voi la differenza.

    • veronica

      Il solito sistema italiano è il tuo: parli senza sapere. Primo: i due si sono sempre dichiarati innocenti nonostante non gli convenisse. Due: non erano studenti ma dottori di ricerca. Tre: il colposo è la tipica dimostrazione della pavidità italiana.

    • veronica

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