Egitto, ancora violenze: il regime di Mubarak non vuol morire

Il governo, rovesciato – in teoria – pochi mesi fa. Al potere restano gli stessi uomini, le stesse violenze: la polizia risponde alle proteste con proiettili di gomma, gli abusi vengono giustificati ufficialmente e la giustizia rinvia i processi “purificatori” contro gli aguzzini del servizio segreto. Ma il popolo egiziano non si arrende, vuole ancora credere nella propria Rivoluzione.

Viene da pensare che non è cambiato niente: l’Egitto sembra di nuovo sotto dittatura.  Un regime meno appariscente, forse, ma altrettanto violento, reprime le manifestazioni spontanee e protegge gli uomini dell’ancien regime – tuttora al potere – manipolando la giustizia.

Lo dimostrano, amaramente, una giustificazione e due rinvii. La prima, odiosa, riguarda i “test di verginità” ordinati dai militari sulle giovani manifestanti arrestate  a Piazza Tahrir il 9 marzo. Quelle violenze, raccontate dalle stesse vittime ai medici di Amnesty International, sono state recentemente giustificate dal generale del servizio segreto militare Abdel Fattah al-Sisi: l’obiettivo era “proteggere l’esercito da possibili denunce di stupro”. Come dire “controlliamo che non sono vergini per garantirci l’impunità”. Al-Sisi è il primo ad approvare a viso scoperto questa pratica – evidentemente intimidatoria e violenta, un abuso del diritto universale all’integrità personale.

Tanto coraggio, in realtà, discende dalla certezza dell’impunità. L’intera macchina giudiziaria egiziana è legata a doppio filo con i responsabili delle repressioni, attuali e passate. Il magistrato che dovrebbe giudicare l’allora ministro dell’Interno Habib el Adly, accusato di aver incitato l’uso della violenza contro i manifestanti sotto Mubarak, ha ricevuto dalle forze dell’ordine un’auto privata e 11 bodyguard – non per la carica che ricopre, ma a titolo personale. Dono del nuovo ministro dell’Interno, che è lo stesso el-Adly, tra i più potenti membri del governo di transizione.

Non basta. Il 30 giugno il Tribunale di Alessandria ha deciso di rinviare al 24 settembre la sentenza per l’omicidio di  Khaled Said, il 28enne blogger e attivista divenuto simbolo della rivoluzione di aprile. Fu trovato morto per overdose – e con segni di tortura addosso – dopo aver pubblicato in rete un video che mostrava due poliziotti spartirsi la droga appena sequestrata. Pretesto della decisione, l’incongruenza delle due autopsie eseguite a febbraio, da risolvere attraverso un comitato medico indipendente: ma appare evidente l’intenzione di dilazionare ab libitum la decisione.

Proprio come nel caso delle elezioni, prima richiesta del popolo che a Piazza Tahrir ha lasciato centinaia di morti in nome di libertà e rappresentatività. Se ne parla, dicono i militari che controllano il Governo Sharaf, in autunno, meglio ancora in inverno. Quando la rabbia, a loro parere, sarà sbollita. Quel che non capiscono è che la gente non ha intenzione di dimenticare.

Lo dimostrano le manifestazioni dell’ultima settimana – martedì e venerdì – che hanno visto  Piazza Tahrir riempirsi nuovamente di migliaia di persone: alle richieste di giustizia per i poliziotti responsabili dei “martiri” della Rivoluzione, i militari hanno reagito sparando proiettili di gomma ad altezza uomo. Feriti almeno mille manifestanti durante lo sgombero della piazza: ma è già in rete l’appello per la manifestazione dell’8 luglio.

Di Sirio Valent

Giornalista professionista, 25 anni, ho iniziato con una tesi sul tracollo del Banco Ambrosiano, braccio finanziario della loggia massonica P2, per la facoltà di Economia. Due stage nella redazione economica dell'Agenzia Italia e una breve parentesi dietro le quinte di Confindustria mi hanno aperto gli occhi sulla realtà quotidiana del cronista economico. Mi piace lavorare su questioni di geopolitica, macroeconomia e retroscena finanziari, difficili da spiegare in modo semplice ma fondamentali per capire la realtà dietro lo specchio.

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