Una rete di metallo che ogni giorno viene tagliata e poi riparata. Da un lato, quello indicato come sbagliato, i ribelli senza nome, sciarpe sul viso, spranghe. Dall’altro, divise nere e scudi di plastica, fumogeni, manganelli. Se la battaglia per la Tav si riducesse a questo, in ValSusa, avrebbero ragione i tg nazionali: pochi facinorosi disturbano un’opera giusta e democratica.
Ma non c’è solo questo ai piedi della montagna Ambin.
C’è una comunità montana che protesta da 22 anni in tutte le sedi possibili, dalle strade valsusine a Torino a Roma. C’è una dozzina di sindaci, da Chiomonte a Roncone, da Susa a Chianocco, che continuano a contestare il progetto, checchè ne dica il partito. Mettono sul piatto i numeri, le analisi di impatto ambientale mai realizzate, gli appelli al governo cui non è mai stata data risposta.
Soprattutto c’è un cantiere vuoto, partito teoricamente un mese fa ma pieno soltanto di reti metalliche e sbarramenti. C’è un’azienda, la Italcoge, che ha vinto l’appalto perfetto: installare il cantiere Tav e mantenerlo operativo. I suoi guadagni crescono al crescere dei disordini, visto che ogni ripristino del perimetro viene messo in conto allo Stato. Ci sono gli operai della Italcoge, che hanno visto andare a fuoco due camion, e restano lì a lavorare: hanno parlato con i No Tav, preso in mano i loro volantini, subito gli insulti e gli sputi dei più incazzati. E stanno ancora lì, e ti chiedi se è per convinzione o per fame, e se proprio non riuscivano a trovare un altro lavoro. Problema che non sfiora i dirigenti Italcoge, i progettisti, gli ingegneri: sul campo ce ne sono solo un paio, gli altri guardano la vicenda da Torino dietro uno schermo.
Questi operai sono le ultime vittime della Val Susa. Presi in mezzo dalla paga, dai lacrimogeni della polizia e dagli sputi dei violenti insediati tra le file No Tav.
Pier Paolo Pasolini, nel 1968, scriveva queste parole al vetriolo agli studenti di Valle Giulia “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti / io simpatizzavo coi poliziotti / Perché i poliziotti sono figli di poveri /Vengono da periferie, contadine o urbane che siano (…) si è così avuto un frammento / di lotta di classe: e voi amici (benché dalla parte della ragione) / eravate i ricchi. / Mentre i poliziotti (che erano dalla parte / del torto) erano i poveri.”
Non ai poliziotti, oggi, va la simpatia per il “povero”: ha un posto fisso – anche se difficile da mantenere – uno stipendio certo. Agli operai sì, però. Perché se il progresso del Paese si continua a fondare sul ricatto di pochi ricchi sul bisogno di molti precari, e la contestazione giusta finisce per colpire la vittima e non il persecutore, allora sono loro gli eroi della Val Susa. Sono quelli che riparano una recinzione ingiusta dopo gli assalti giusti: son quelli che, presi in mezzo, resistono per sopravvivere.