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Diritto di critica | May 15, 2022

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A cinquant’anni dall’Indipendenza dell’Algeria, la Francia nega ancora i suoi crimini

A cinquant’anni dall’Indipendenza dell’Algeria, la Francia nega ancora i suoi crimini

Centotrentadue anni vissuti da colonia, oltre 1,5 milioni di algerini morti durante il secolo di dominazione francese, la gran parte dei quali sotto i bombardamenti aerei o “rastrellati” dalle unità dell’esercito nelle città e nei paesi. Centinaia di migliaia di persone sono state anche torturate per aver resistito alla colonizzazione. Tra i drammatici racconti spiccano quelli di algerini impiccati agli alberi dalla polizia francese nei boschi di Vincennes. Un eccidio che trovò spazio nelle colonne del Guardian di Manchester, nei primi mesi del 1962, un articolo dal titolo “Strange Fruit in the trees”, che prese spunto dai testi delle canzoni più famose di Billie Holiday sulle impiccagioni degli afro-americani.

Parte della stampa transalpina fu complice nel non riportare quali furono le atrocità dell’esercito sui giovani “dissidenti”, così come le violenze a sfondo razzista dirette ai nord-africani, relegate agli angoli remoti della stampa. Dopo l’uccisione, da parte della polizia, di più di 200 persone in un solo giorno a Paragi, nell’ottobre del 1961, non ci fu sui giornali una grande copertura mediatica. Molti algerini furono gettati nella Senna e lasciati annegare. Durante la Guerra d’Algeria (1954-1962) furono circa 10mila le persone stipate negli stadi sportivi e torturate in diverso modo e obbligate a bere candeggina.

Intere famiglie di algerini furono fatte espatriare con la forza e costrette a lavorare in Francia per la ricostruzione post-Seconda Guerra Mondiale. Impiegati con salari bassi e sfruttati. L’afflusso di persone è continuato anche dopo la Guerra d’Algeria e la proclamazione d’indipendenza. La gran parte delle persone fu ammassata nelle periferie delle città dove oggi, con figli e nipoti, continua a subire vessazioni e atti di discriminazione sociale e religiosa.

Una mostra al “National Army Museum” di Parigi riflette sull’occupazione francese in Algeria, sui “complicati decenni” di dominazione coloniale. “Algeria 1830-1962” omette i crimini più efferati di cui si è macchiata la polizia francese e, nonostante qualche foto di attivisti torturati del “FLN”, l’esposizione non riesce a fornire uno spaccato veritiero del periodo buio di guerra civile. La mostra si concentra solo sugli aspetti positivi del colonialismo, come le scuole in cui era obbligatorio insegnare la legge, era imposta una versione “ufficiale” della Storia nella quale non venivano considerati i crimini contro la popolazione algerina. Al di là delle versioni coloniali, però, la barbarie, da entrambe gli schieramenti durante la guerra, era all’ordine del giorno. Il Fronte di Liberazione Nazionale rispondeva in modo sanguinario alla repressione selvaggia dell’esercito francese. L’esaltazione della “civiltà francese”, poi, fu utilizzata per coprire logiche di potere francesi che pretendevano di agire al posto di quelle algerine.